30 aprile 2008

dalla Sala d'Armi del Palazzo della Ragione

RENE' MARIA RILKE

"PENNA E SPADA. UN DIALOGO"

Nell’angolo di una stanza c’era una spada. La chiara superficie d’acciaio della sua lama, toccata dal raggio del sole, brillava in una luce rossastra. La spada so guardava intorno nella stanza, con orgoglio: vide che ogni cosa si compiaceva del suo splendore. Ogni Cosa? Ma no! Là sul tavolo c’era una penna, stava oziosamente appoggiata ad un calamaio e non era minimamente sfiorata dall’idea d’inchinarsi davanti all’imponenza sfavillante di quell’arma. Questo mandò in collera la spada ed essa cominciò quindi a parlare:
“E tu chi sei, cosa indegna, che non ti inchini come gli altri davanti al mio splendore e non lo ammiri? Guardati un po’ attorno! Tutti gli attrezzi si tengono rispettosamente nascosti nel buio profondo. Io, io sola sono stata eletta a favorita dal sole chiaro ed appagante; mi anima con la voluttà del suo bacio ardente ed io la ripago riverberandone la luce mille volte tanto. Solo ai principi potenti si addice incedere in vesti luminose. Il sole conosce la mia potenza, per questo mette sulle mie spalle la porpora regale dei suoi raggi”.
La penna accorta rispose sorridendo:
“Guarda un po’ come sei vanitosa e orgogliosa e come ti pavoneggi di una luminosità presa a prestito! Noi due, ricordatelo, siamo parenti molto strette. Siamo nate entrambe dalla terra previdente e forse, al nostro stato primitivo, ci siamo trovate entrambe l’una accanto all’altra nella stessa montagna, per millenni; finchè l’operosità degli uomini ha scoperto la vena di quel minerale utile di cui noi eravamo componenti. Entrambe siamo state estratte; entrambe eravamo ancora delle figlie informi della natura grezza e dovevamo essere trasformate, sopra il calore di una fucina fumante e sotto i colpi poderosi di un martello, in membri utili del viavai terreno. E così è stato. Tu sei diventata una spada, hai ricevuto una punta grande e solida; io, da penna, ne sono stata provvista di una sottile ed elegante.. Per poter effettivamente agire dobbiamo prima intingere la nostra punta lucente. Tu nel sangue, io, semplicemente, nell’inchiostro”.
“Questo discorso, tenuto in modo così dotto, mi fa davvero ridere. – Intervenne la spada a questo punto – E’ proprio come se il topo, questo animaletto piccolo ed insignificante, volesse provare la sua stretta parentela con l’elefante. Parlerebbe proprio come te! Anch’esso infatti, come l’elefante, ha quattro zampe ed ha persino una proboscide di cui vantarsi. Così sim potrebbe credere che essi siamo per lo meno cugini! Tu, cara penna, hai elencato in modo astuto e calcolato solo “ciò” in cui io ti “assomiglio”. Invece io ti voglio dire ciò che ci distingue. Io, una spada lucente e maestosa, cingo i fianchi di un cavaliere nobile e valoroso; un vecchio scribacchino mette invece te dietro la sua lunga orecchia d’asino. Il mio signore mi afferra con mano salda e mi porta tra le fila dei nemici; “io” la guido in mezzo. Il tuo magister invece, penna carissima, ti guida con mano tremante su della pergamena ingiallita. Io imperverso terribile tra i nemici, salto coraggiosa e temeraria ora di qua ora di là; tu raschi la tua pergamena con eterna monotonia e non ti azzardi a deviare minimamente da quella traiettoria che la mano chi ti guida ti mostra attentamente. Ed infine, infine, se la forza mi viene meno, se divento vecchia e debole, allora mi si onora come si addice agli eroi, mi si mette nella sala degli avi e mi si ammira. Cosa ne è invece di te? Se il tuo signore è insoddisfatto di te, se diventi vecchia e cominci a strisciare sul foglio con tratti spessi, egli ti afferra, ti strappa all’asticciola a cui ti appoggiavi e ti getta via, a meno che non sia clemente e ti venda per poche crazie ad un rigattiere assieme ad alcune tue sorelle”.
“Può anche essere che sotto qualche aspetto tu non abbia così torto. – rispose molto seria la penna – E’ vero che spesso vengo scarsamente considerata, così come è vero che vengo trattata molto male una volta che sono diventata inutile. Non per questo però è scarso il potere di cui dispongo finchè posso lavorare. Sta tutto ad una scommessa!”.
Tu vorresti proporre a “me” una scommessa?” rise la spada spavalda.
“Ammesso che tu osi accettarla”.
“E “se” io la accetto - replicò la spada che ancora non riusciva a riaversi dal ridere – cosa vuoi scommettere?”
Ma la penna si drizzò ben bene, assunse un’aria severa ed ufficiale ed iniziò:
“Vogliamo scommettere che se voglio sono in grado di impedirti di fare il tuo lavoro, di combattere?”.
“Oh ooh, mi sembra davvero audace”.
“Ti va?”.
“Accetto”.
Bene, - disse la penna – vediamo”.
Erano passati pochi minuti da questa scommessa quando entrò un uomo giovane con indosso una ricca armatura, afferrò la spada e se ne cinse. Quindi contemplò con compiacimento la lama lucida. Da fuori risuonò uno squillo sonoro di tromba, un rullo di tamburi; si andava a combattere. L’uomo giovane stava per lasciare la stanza quando ne entrò un altro che, come si poteva desumere dai suoi ricchi ornamenti, doveva ricoprire un’alta carica. Il giovane si inchinò profondamente davanti a lui. Intanto il dignitario era andato al tavolo, aveva preso la penna e scritto qualcosa in fretta. “Il trattato di pace è già firmato” disse sorridendo. Il giovane posò di nuovo la spada nell’angolo ed entrambi lasciarono la stanza.
Ma sul tavolo c’era la penna. Il raggio del sole giocava con lei ed il suo metallo umido brillava chiaro.
“Non vai a combattere, mia cara spada?” chiese sorridendo.
Ma la spada se ne stava silenziosa nell’angolo buio.
Credo che non si vantasse più.
(1893)

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