28 maggio 2009

DEDALO ED ICARO

Jacob Peter Gowy 1636-37

L'uomo. Era un uomo fatto.
Un architetto. Un pittore. 
Un fabbricante d'artifici.
Incantatore di meraviglie,
di mostri di ferro.
Viventi.

Il ragazzo. Era ancora acerbo.
Un aiutante, un apprendista. 
Un pò sognatore. Smarrito.
Spavaldo. Inseguiva
le stelle. I suoi sogni. 
La vita.

Le ali. Erano di cera rappresa,
raccontano i lavoranti, stupìti.
meravigliati, curiosi,
con gli occhi accecati
dal sole alto,
abbagliante.

Il volo. Era un sogno millenario,
un movimento degli dei,
raccontato dai poeti.
Dal loro cuore nascevano
quelle creature
onnipotenti.

Il cielo. Era un regno inviolato,
uno spazio vietato
agli uomini gravi.
L'innocente girdino 
di una vergine celeste,
selvaggio.

L'uomo. Lanciò la sfida
all'azzurra vampa del sole.
Montò con un balzo sulle ali.
Empio. E librò il volo.
Il baratro lo avvolse.
Orrendo.

Un brivido. La fronte serrata.
Virò verso l'alto picco illuminato.
La radura, dal fondo, lentamente sparì.
Il mare si restrinse.
Il cedro. Maestoso.
Lo salutò.

Il ragazzo. I polpacci ancora implumi
inchiodò alla macchina. Vorace. 
Verso il sogno ingannatore
piantò lo sguardo trasognato.
Tracciò ingannevole la rotta. Rapace.
Si slanciò.

L'uomo ed  il ragazzo. Aquile orgogliose.
Volteggiavano. Verso gli astri
scitillanti. Nuove stelle
vaganti nella misteriosa volta
inesplorata del cielo
primordiale.

La meraviglia.  Traboccarono palpitando
le loro vene possenti, stretto
nella gola l'urlo si strozzò.
Il lago salato si strinse sotto di loro,
mentre la verde vetta acuminata
svaniva.

Tragedia. Un istante.Eterno.
Scoccava il tempo assegnato.
La macchina. Traditrice.
Disarcionò l'imberbe cerbiatto.
O attimo fatale! Il meccanismo 
fallì.

Lacrime. Silenzio. L'aria fendeva 
l'umana saetta. Scrutando 
nell'azzurro marino salato. 
Invocava gli dei. Sacrifici. Sangue
animale. Grasso odoroso. Prometteva
agli dei.

Il giovane toro. Nel lampo veloce
del volo si perse. Con gesto furtivo.
La chioma scomposta. Il volto scavato.
Il sorriso ferito. La smorfia traversa.
La gioia folle di vivere.
Sconfitto.

Lo schianto. Sulla superficie salata 
l'ingranaggio schiantò. Il giovane sangue
si confuse alla schiuma. Sassi,
le lacrime. Nere perle senza riflesso.
Nel mare perdute. La speranza di un uomo
s'infranse.

Il vecchio. Nel cuore rattrappito,
gelato, nuotava, il ricordo del giovane passero.
L'aveva dipinto coi colori del cielo.
L'aveva rapito il suono del mare.
Disperato. Solitario.
Si spense.

Il giovane. Era cresciuta la manta.
Volava nel mare salmastro.
Sul verde del fondo. Planava. 
Immemore. Anima senza peso. 
Voluttuosa. Morbida seta. 
Sfumò all'orizzonte.
Si perse.......

3 commenti:

teoderica ha detto...

Icaro come la torre di Babele.....mai andare troppo in alto .....mai sfidare Dio.......

pietro d. perrone ha detto...

Ciao, Paola.
Ben trovata.
No. Però. No. Non si tratta della sconfitta subìta sfidando gli dei.
Nella mia mente stanno girando, da tempo, Dedalo ed Icaro.
La loro sfida è tutta terrena. Vogliono, è vero, conquistare il cielo degli dei. Ma sono umani. Tanto umani.
Un uomo con la nera barba irsuta ed un ragazzo senza ancora la barba da uomo.
Sono solo umani. Desiderano, vogliono, cercano, provano, tentano... Hanno il mondo davanti a loro. Come Adamo ed Eva quando furono cacciati dall'Eden.
Avevano finalmente il permesso di usare tutte le proprie forze e di cibarsi di tutti i frutti degli alberi. Erano stati condannati. E' vero. Lui. La condanna al lavoro eterno. Lei. La pena delle doglie. Ma erano liberi. Tutto il mondo era per loro, ormai.
Così, Dedalo ed Icaro.
Il mondo era tutto per loro. Si erano lasciati alle spalle una dura condanna. Ma volgendo lo sguardo scoprivano il mondo.
La fuga, una peregrinazione per il mondo.
Ma nel viaggio si compie un miracolo. Sempre.
Per Eva ed Adamo, come per Icaro e per dedalo, l'architetto.
Il miracolo della conquista dell'ignoto. La scoperta che il mondo è una casa. Una casa per tutti.
L'idea del viaggio è nei miti primordiali di ogni civiltà: Gilgamesh, Odisseo, gli Argonauti, l'Ebreo Errante... si perdono nella notte dei tempi...
Ma il loro viaggio è una scoperta. Un ritrovarsi a proprio agio nel mondo. Il mondo, che è il loro utero materno, che li ha partoriti, li ha accuditi, li ha accarezzati, li ha nutriti...
Appartenere alla stessa natura di quell'utero. Appartenere, attraverso quel tiepido fiore, alla natura universale.

Sono storie che hanno anche un volto nascosto, però.
Ce l'hanno perchè non sono favole ingenue.
Il volto del dolore. Il volto della morte. Il volto della paura. Il volto della solitudine.
Mille e mille volti di mostri, che abitano dentro ognuno di noi.
Quel volto che osservò Caravaggio, quando dipinse la Gorgone.

Ecco cosa mi gira nella testa, in questo periodo. Voglio sapere come vanno a finire quelle storie, come continuano quando si interrompono nei loro libri millenari. Voglio sapere cosa succede quando si fermano a riposare, quegli eroi, quei personaggi. Quando soffrono. Quando mangiano.
Si stancano, quando camminano?
E cosa pensano quando guardano il cielo e le stelle?
E quando devono prendere una decisione importante, hanno paura? Voglio esplorare la loro coscienza, la loro anima, i loro sentimenti.

Alle volte cadono. Di schianto. Come un uomo davanti alla macchina.
S'incastrano in un meccanismo. Le ruote dentate non hanno pietà, allora, per loro. Le lame. Le leve.
La loro fragilità è come la nostra...

Per questo racconto di loro.

La Torre di Babele. E' un tema affascinante.
Ne devo fare un post tutto intero. Ti sorprenderò, amica mia!

teoderica ha detto...

Ecco cosa mi gira nella testa, in questo periodo. Voglio sapere come vanno a finire quelle storie,
Caro Piero, tema affascinante, l' uomo sfida Dio perchè vuole essere libero e paga molto caro ciò.......tu vuoi sapere cosa essi hanno provato , sentito, sofferto, amato.......come sarebbe bello avere la loro forza..............ciao ....aspetto il tuo post sulla torre di Babele.......mi ha sempre ammaliato la mitica torre la cui caduta ha generato le lingue.Riciao.

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