13 novembre 2008

ELUANA

Alle volte non basta uno spazio virtuale libero per tenere lontano il rumore della realtà cattiva.
E' uno sconquasso il destino amaro di Eluna Englaro.
Dev'essere veramente dura per che gli è vicino.
Posso solo immaginare, ma anche solo immaginando non posso non condividere tanto dolore.
Mi si passi il termine condividere, che vuole conservare l'umile distacco con cui si tratta un fatto così...doloroso.
Vorrei commentare solo un aspetto: come possono ergersi a giudici i Preti, gli Onorevoli, di un caso così ?
I Preti che difendono un'idea di vità così assoluta, senza manifestare alcuna pietà, usurpando l'Unico che pur avendo il potere di giudicare si è fatto carne, ha sofferto, ha chiamato Padre per chiedere la fine del patimento. Provino ad essere più umili! Loro, che sono uomini, si ricordino che non possono farsi Dio, neanche se si regalano il dono dell'Infallibilità.
Gli Onorevoli, che sordi e cinici, hanno osato profanare il dolore di una famiglia con il loro raglio stonato. Si prendessero la briga di fare una legge per la vita! Anzi, stiano zitti! E rispettino un silenzioso distacco da cose che non meritano la sfortuna della loro attenzione.
Di fronte alla sofferenza ed alla morte prevalga il silenzio.
E Dio, se c'è, giudicherà.
Se non c'è, si eviti la civetteria inutile.


Rainer Maria RILKE . La discesa di Cristo agli Inferi.

Finito il patimento, la sua essenza si separò dall’orrido
Corpo del suo patire. In alto. Lo lasciò.
E la tenebra, sola, ebbe spavento
E scagliò pipistrelli contro la spoglia livida –
Nel loro sciame svolazzante a sera
Freme ancora l’orrore di cozzare
Contro il tormento raggelato. Cupa aria senza pace
Si avvilì sul cadavere e una torpida inerzia
Colse i forti animali veglianti nella notte.
Libero dalla spoglia pensò forse il suo spirito librarsi
Sul paesaggio, senza agire. Chè ancora gli bastava
L’evento del suo patire. Mite gli appariva
La presenza notturna delle cose e su di esse
Si espandeva come uno spettro triste.
Ma la terra, essiccata e assetata nelle sue piaghe,
ma la terra si fendè e ruppero voci dall’abisso.
Egli, conoscitore dei martìri, udì l’inferno urlare
Verso di lui, bramando prendere coscienza del suo patire
Ormai compiuto, perché dalla fine della sua pena (infinita)
Traesse presagio e terrore la pena perenne degli inferi.
E nell’abisso precipitò lo Spirito con tutto
Il peso del suo sfinimento, procedè in fretta
Seguito dagli sguardi stupefatti di ombre erranti,
levò lo sguardo verso Adamo, un attimo,
rapido si calò, sparve e si perse nel ripido
di più selvagge voragini. D’un tratto (più alto, più alto)
sopra il centro
dei loro urli schiumanti, sulla lunga torre
del suo soffrire si sporse: senza fiato,
in piedi, senza balaustrata, proprietario dei dolori. Tacque.

2 commenti:

teoderica ha detto...

Ieri sera sono fuggita, perchè mi ha preso una tristezza infinita,la musica Jazz mi ha depressa, sono tornata per non fare l'apolide.Credo che certe situazioni debbano rimanere nella privacy più assoluta, il tuo commento aveva la forza del silenzio, sono stata persino "invidiosa" per la tua capcità di esprimere quello che avevo dentro.

pietro d. perrone ha detto...

Grazie.
Quello che purtroppo sento in TV in questi giorni ci dice che avevamo ragione. Non esiste più il pudore ? Non è un problema di chiappe al vento (o tette al vento, come diceva Guccini, ne "l'eschimo" famoso), Di fronte alle cose vere della vita, il dolore, la gioia, ecc. dovrebbe esistere il pudore. Soprattutto quello che dovrebbe appartenere alla TV invadente.
Viviamo un'epoca di rumore assordante, che ci impedisce di sentire cosa dicono i nostri cuori, il nostro animo.
Silenzio.
Com'è bello! Ascoltarsi.

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