10 dicembre 2008

ADORO RILKE




RILKE . “ Sull’arte”


Nel suo ultimo libro molto discusso Che cos’è l’arte ? il conte Lev Tolstoj ha premesso alla propria risposta una lunga serie di definizioni prese da tutti i tempi. E da Baumgarten a Helmholtz, da Shaftesbury a Knight, da Cousin a Sar Peladan c’è spazio sufficiente per estremismi e contraddizioni.
Ma, tutte queste opinioni sull’arte, compresa quella di Tolstoj, hanno una cosa in comune: non è tanto l’essenza dell’arte che viene considerata, tutti si danno piuttosto da fare per interpretarla a partire dai suoi effetti.
E’ come se si dicesse: il sole è ciò che matura i frutti, riscalda i prati ed asciuga la biancheria. Ci si scorda che ogni stufa è in grado di fare quest’ultima cosa.
Anche se noi moderni siamo estremamente lontani dal poter venire in soccorso ad altri od anche solo a noi stessi con definizioni, tuttavia nei confronti degli studiosi abbiamo forse il vantaggio della spregiudicatezza e della sincerità ed un ricordo sommesso che ci portiamo dalle ore di creazione e che supplisce con il calore alla mancanza di dignità storica e di scrupolosità delle nostre parole.
L’arte si presenta come una concezione della vita, così come possono essere la religione e la scienza ed anche il socialismo. Si differenzia dalle altre concezioni solo in quanto non risulta dal tempo ed appare quasi come la visione del mondo dell’ultima meta. In una rappresentazione grafica, dove le singole opinioni sulla vita fossero condotte come linee in un futuro dalla superficie piana, essa sarebbe la linea più lunga, forse il tratto di una circonferenza, che si presenta come linea retta perché il raggio è infinito.
Se un giorno il mondo le va in frantumi sotto i piedi, essa continua ad esistere indipendentemente come un qualcosa che crea ed è la possibilità pensante di mondi e tempi nuovi.
Per questo anche colui che ne fa la propria visione di vita, l’artista, è l’uomo dell’ultima meta, che va giovane attraverso i secoli, con nessun passato dietro di sé. Gli altri vengono e vanno, egli dura. Gli altri hanno Dio dietro di sé come un ricordo. Per colui che crea Dio è la realizzazione ultima e più profonda. Se i credenti dicono: “E’”, ed i mesti sentono: “Era”, l’artista sorride: “Sarà”. E la sua fede è più che fede; infatti egli stesso partecipa alla costruzione di questo Dio. Così ogni sguardo, con ogni riconoscimento, in ognuna delle sue gioie sommesse egli gli prepara un potere ed un nome affinché alla fine il Dio si realizzi in un tardo pronipote, adorno di tutti i poteri e di tutti i nomi.
Questo è il dovere dell’artista.
Ma poiché lo esercita da isolato nel mezzo del presente le sue mani urtano qua e là contro il tempo. Non che esso sia il nemico. Ma è indugio, dubbio, sofferenza. E’ la resistenza. E solo da questo conflitto tra il flusso presente e la visione di vita dell’artista, estranea al tempo, nascono una serie di piccole liberazioni, si forma l’atto visibile dell’artista: l’opera d’arte. Non dalla sua inclinazione naturale. E’ sempre una risposta ad un presente.
Quindi si potrebbe spiegare l’opera d’arte in questo modo: come una confessione molto intima, che si manifesta sotto il pretesto di un ricordo, di una esperienza o di un evento e che, sciolta dal suo promotore, può esistere da sola.
Questa autonomia dell’opera d’arte è la bellezza. Con ogni opera d’arte si aggiunge al mondo qualcosa di nuovo, una cosa in più.
Si troverà che in questa definizione c’è posto per tutto: dai duomi gotici di Jehan de Beauce fino ad un mobile del giovane van der Velde.
Le interpretazioni dell’arte che prendono a fondamento l’ “effetto” comprendono molto di più. Nelle loro deduzioni devono commettere necessariamente l’errore di parlare del gusto invece che della bellezza, cioè della preghiera invece che di Dio. E così diventano scettiche e si ingarbugliano sempre di più.
Dobbiamo dire chiaramente che l’essenza della bellezza non è nell’agire ma nell’essere. Altrimenti esposizioni di fiori e parchi dovrebbero essere più belli di un giardino incolto che se ne fiorisce per conto suo da qualche parte e che nessuno conosce.

1898
RESURREZIONE DI LAZZARO


Dunque, era necessario per questo e quello,
perché volevan segni che gridassero.
Ma lui sognava che a Marta e Maria bastasse
Capire che poteva. Ma nessuno credeva,
tutti dicevano: Signore, che vieni a fare ormai?
E si avviò, per compiere sulla natura quieta
Ciò che non è consentito.
In collera. Gli occhi quasi chiusi,
chiese del sepolcro. Soffriva.
Parve loro che il pianto gli colasse,
e lo seguirono in folla curiosa.
Gli pareva tremendo, camminando,
una prova dall’azzardo spaventoso,
ma d’un tratto divampò in lui
un alto fuoco: rivolta
contro le loro differenze,
il loro esser morti e esser vivi.
E fu ostilità in tutte le membra
Quando comandò roco: alzate la pietra!
Una voce gridò che il morto era putrido
(il quarto giorno di sepoltura) – ma lui
S’ergeva teso, invaso da quel cenno
Che montava in lui, e pesante,
pesante gli sollevava la mano – (mai
una mano si levò di più e più lenta)
finchè s’arrestò, rilucendo nell’aria;
e lassù si contrasse, divenne artiglio;
chè l’orrore lo assalì che per la cripta,
da cui l’aria era figgita,
tutti i morti tornassero là
dove qualcosa, con moti di larva,
s’ergeva da quel suo giacere - -
ma poi una cosa sola stette sghemba nel giorno,
e si vide: l’indistinta vaga vita la riprendeva
in sé.
LA DISCESA DI CRISTO AGLI INFERI
Finito il patimento, la sua essenza si separò dall’orrido
Corpo del suo patire. In alto. Lo lasciò.
E la tenebra, sola, ebbe spavento
E scagliò pipistrelli contro la spoglia livida –
Nel loro sciame svolazzante a sera
Freme ancora l’orrore di cozzare
Contro il tormento raggelato. Cupa aria senza pace
Si avvilì sul cadavere e una torpida inerzia
Colse i forti animali veglianti nella notte.
Libero dalla spoglia pensò forse il suo spirito librarsi
Sul paesaggio, senza agire. Chè ancora gli bastava
L’evento del suo patire. Mite gli appariva
La presenza notturna delle cose e su di esse
Si espandeva come uno spettro triste.
Ma la terra, essiccata e assetata nelle sue piaghe,
ma la terra si fendè e ruppero voci dall’abisso.
Egli, conoscitore dei martìri, udì l’inferno urlare
Verso di lui, bramando prendere coscienza del suo patire
Ormai compiuto, perché dalla fine della sua pena (infinita)
Traesse presagio e terrore la pena perenne degli inferi.
E nell’abisso precipitò lo Spirito con tutto
Il peso del suo sfinimento, procedè in fretta
Seguito dagli sguardi stupefatti di ombre erranti,
levò lo sguardo verso Adamo, un attimo,
rapido si calò, sparve e si perse nel ripido
di più selvagge voragini. D’un tratto (più alto, più alto)
sopra il centro
dei loro urli schiumanti, sulla lunga torre
del suo soffrire si sporse: senza fiato,
in piedi, senza balaustrata, proprietario dei dolori. Tacque.

3 commenti:

teoderica ha detto...

GRAZIE

Jean Botquin ha detto...

Moi aussi j'adore Rainer Maria Rilke

teoderica ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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