5 dicembre 2008

SIGNORINA STORIA. Ovvero MNEMOSYNE




Quando mio figlio era piccolo, mi piaceva un mondo portarlo a passeggio. Con la sua manina nella mia, facevamo giri stupendi per la città e gli raccontavo tante cose.
Oggi lui è cresciuto ed ha una mano più grande della mia, è anche più alto e non esce più volentieri con me.
A volte gli piace ancora ascoltare, ma diventa sempre più difficile raccontare come nelle favole.
Favole vere non ne ho raccontate molte. A volte inventavo personaggi, come la Signora Storia. Signora o Signorina, ma tanto vecchia, decrepita, stanca.
Ma vivacissima. Conosceva tanti fatti, aveva frequentato tante persone, aveva visto tanti di quei posti!
Era un piacere incontrarla, di tanto in tanto.
Quabdo avveniva era una festa.
Una volta, stavamo tra i ruderi della città etrusca di Veio, veecchia antagonista di Roma, quando ancora la grandezza era circoscritta alla regione dei pascoli e le città erano fatte con pochi mattoni e molto legno.
Quei resti, alla periferia a nord di Roma, sono immersi nel verde dolcissimo della campagna, appena appena collinosa, che si trova dopo il caos del traffico e dei palazzoni della metropoli.
Ci immergemmo in quell'atmosfera come due innamorati, come possono essere innamorati un padre col proprio figlioletto.
E lui si guardava intorno, mentre gli raccontavo dei Re roani e dei lucumoni. Ed io vedevo ancora alti i frontoni dei templi, le colonne turgide e bianche, i campi coltivati attraversati da una carovana di vociante soldataglia male vestita ed armata di sole lance di legno e pugnali di bronzo.

Erano già tramontate civiltà millenarie, nel vicino Oriente mesopotamico, o sulle rive limacciose del Nilo. Anche sulle coste dell'Asia Minore città ed eserciti si erano confrontate.
Erano accaduti eventi sovrumani, venivano raccontate storie di dei ed eroi, di re e viaggiatori. Erano state create e distrutte biblioteche.
La memoria dell'uomo era stata divinizzata nella madre delle Muse, Mnemosyne.
Li vedevo, quei fatti, mentre tenevo per mano il mio bambino.
Passava di lì, in quel momento, una vecchina, che additai al mio piccolo. Era piccola e trafelata, sembrava intenta a guardare attorno tutti quei sassi un pò corrosi dal tempo.
E mentre la indicavo, per mostrarla, dandole il nome di Signorina Storia, la vidi improvvisamente sfumare come un fiotto di nebbia.

Non ricordo neanche il colore degli abiti nè se sentivo caldo o freddo, quel giorno.

Chiunque abbia la fortuna di possedere il dono dell'arte potrà provare a farne un ritratto, uno schizzo, un disegno.
Si raccontava che il primo disegno sia nato dall'amore di una ragazza per il proprio uomo, che doveva partire per chissà quale impresa. E lei, allora, con un carboncino, tracciò il prfilo del suo amato su una parete, per tenerlo per sempre al suo fianco. Per non lasciarlo andare mai più via. Per sempre.
A quei tempi la magia del disegno consentiva questi miracoli. E ancora oggi la magia di chi sa disegnare può far nascere, o risorgere, miracolosamente, dal nulla immagini care. Renderle così vive da provocare l'emozione nel cuore, il tumulto, il pianto. La gioia. L'amore.
Chi possiede il fuoco dell'arte può scavare nell'animo umano e scolpire le forme di sentienti nuovi, mai conosciuti prima.
Così quella donna, con il suo carboncino, seppe parlare dell'amore, dargli una forma sensibile, prima ancora che le parole si potessero fermare su un foglio.

Così, è stato possibile dare un volto alla bellezza, un corpo alla forza, una forma agli dei. Altrimenti sarebbe volato tutto via. Come quella vecchina, in quel prato verde, nella campagna di Veio.

PS. Quando entro in un museo non lascio cadere le matite, ma cerco il volto di quella vecchina, dappertutto, sotto i quadri, negli angoli, dietro una statua, nell'ombra, nei corridoi. Nei bagni.
Se c'è qualcuno che mi ascolta, posso ripetere quel racconto. Forse non mi credono. Forse non mi sentono.
Ma io quella vecchina, Signorina Storia, Mnemosyne, l'ho rivista altre volte. Forse è anche ritratta nella galleria che illustra questo post.

6 commenti:

teoderica ha detto...

Certo che la ami la signorina Mnemosyne.Il rischio è che non si viva il presente.Le matite le faccio cadere perchè non voglio essere rapita,se ti ricordi...non cammino per non cadere. I video che hai messo sono molto belli,ed hanno fatto affiorare il ricordo della prima volta che ho visto Firenze.Non riuscivo a credere che l' uomo avesse potuto costruire simili meraviglie, vagavo stralunata, senza riuscire nè a mangiare nè a bere,non volevo più andarmene, non mi importava più di nulla, così si partì di notte, e lo scotto che dovetti pagare ( a Ravenna è sepolto Dante, e la sua legge del contrappasso mi si è appiccicata sulla pelle, ogni cosa si paga ) fu una terribile nottata sui tornanti del Passo del Muraglione a velocità folle per quelle curve.Io zitta subivo la paura , il ritardo era stato causauto dalla mia cocciutaggine. Da quella volta andare a Firenze in auto è un vero tormento ( per fortuna c' è il treno)

pietro d. perrone ha detto...

Me lo ricordo delle matite. Volevo solo richiamarle, per essere spiritoso.

Per quanto si riferisce al vivere il presente, a parte qualche sconcertante distonia con i tempi, mi sento abbastanza vivo. E mi ritengo un fortunato.

Ho riflettuto molto sulla Memoria, sospirando d'amore per la dolcissima Mnemosyne. Mi sono preoccupato anch'io del rischio di essere morto senza saperlo. In realtà, sono arrivato ad una conclusione che credo potrai condividere; senza memoria non esiste il passato, èè ovvio. Senza memoria non esisterebbe neanche la coscienza dell'essere vivi e presenti. Saremmo preda solo degli istinti animaleschi, subendo pure quelli, ogni volta come la prima volta.
Ma senza memoria non potrebbe esistere nenanche il futuro, il cui orizzonte si allunga e si allarga quanto più è lunga e larga la memoria.

Perchè è Mnemosyne la madre delle Muse, che sono le ancelle dell'Arte, si, ma anche quelle della Gloria, della Fama e della Storia.

Non ho paura quindi, di questo amore dolcissimo. Anzi, lo trovo veramente affascinante.

pietro d. perrone ha detto...

PS.
Cara Tea,
Firenze, città meravigliosa. Certo che ci si incanta, in quel giardino magico.
Lì regnava l'Arte, sovrana assoluta. Pensa che doveva essere nel 1500, quando per le strade passeggiavano Botticelli, Michelangelo, Leonardo, Perugino, Raffaello... a godersi la maestà della Cupola del Maestro Brunelleschi, davanti al Battistero ed al campanile di Giotto.

Ho letto di recente la meravigliosa storia della cupola del Duomo. Se lo vuoi, qualche volta te la racconto (ma sicuramente tu che sei appassionata e sei stata rapita da tanta bellezza, la conosci già).

A proposito di Ravenna. Ne parli poco e mi sembra che non ti piaccia come città. E non mi hai mai risposto nulla a propposito della zona del Delta, che per me, è vicinissima alla tua città.
Oggi, per caso, ho rivisto un filmino con alcune immagini di S. Apollinare in Classe. E di un vecchissimo corteo dei lavoratori, un 1ì maggio di tantissimi anni fa. Ero in gita scolastica: un mio amico mi ha mandato la copia su CD dei filmini di quei vecchi tempi scolastici...
Ehh.. un sospirone...

teoderica ha detto...

Parlo poco di Ravenna, perchè mi sembra minuscola in confronto alla tua Roma. Il delta è vicino a Ravenna, dove ci si può perdere avvolti nella nebbia fitta che si può tagliare col coltello,dove si può perdere l' orietamento ma si sta bene, si può fantasicare di essere l'ebreo errante. Non parlo di Ravenna con te, come puoi amare la mia piccola, morta città quando hai Roma. Ma io la amo, le mie radici sono qui in questa terra umile, terra di voltagabbana e di rivoluzionari, terra aspra dove ancora in qualche anfratto puoi trovare storie di zappe e cappe. Sto sproloquiando. Lo vedi sono invidiosa di Roma.

pietro d. perrone ha detto...

Non esiste nessuna competizione tra Roma e Ravenna.
La tua città è tua.
Le radici te la rendono bella.
Io non sono nato a Roma. Sono cresciuto in una piccola città, Benevento (ma ero nato in puglia, vicino Lecce, in campagna). Sono andato via da Benevento a vent'anni.
I miei ricordi sono pieni dell'atmosfera della piccola città. Anche della nebbia.
Ma Ravenna, quando la vidi la prima volta, avrò avuto 15 o 16 anni, in quella gita scolastica di cui ti ho accennato una volta, mi è sembrata veramente bellissima. Me la ricordo ancora bene.
Poi ci sono tornato, più grande, e l'ho vista anche elegante.

Mi racconti qualche storia di zappa e cappa?

teoderica ha detto...

Ti racconto del folletto "Mazapegul".Un tempo si credeva che un folletto dispettoso arrivasse di notte a saltare sopra lo stomaco del malcapitato rendendogli la notte un incubo. La realtà era che nelle numerose famiglie patriarcali le "corna" erano la norma. Il marito o la moglie sentivano degli strani rumori di notte ( le tresche amorose)e davano la colpa al folletto. Tu credici se vuoi, ma circa 20anni fa , un marito tornando a casa vide un' ombra scappare dalla camera della moglie, la moglie disse che era andato da lei il " mazapegul" e che lei aveva dovuto sottomettersi, ....il mito vinse perchè il marito ufficialmente le diede ragione.........e adesso dopo la favola...... a letto e buonanotte.

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