7 marzo 2009

UN URLO ALL'ALBA DEI TEMPI

  Prometeo 
Johann Wolfgang Goethe

Copri il tuo cielo, Giove,
col vapor delle nubi!
E la tua forza esercita,
come il fanciullo che svetta i cardi,
sulle querce e sui monti!
Ché nulla puoi tu
contro la mia terra,
contro questa capanna,
che non costruisti,
contro il mio focolare,
per la cui fiamma tu
mi porti invidia.

Io non conosco al mondo
nulla di più meschino di voi, o dèi.
Miseramente nutrite
d'oboli e preci
la vostra maestà
ed a stento vivreste,
se bimbi e mendichi
non fossero pieni
di stolta speranza.

Quando ero fanciullo
e mi sentivo perduto,
volgevo al sole gli occhi smarriti,
quasi vi fosse lassù
un orecchio che udisse il mio pianto,
un cuore come il mio
che avesse pietà dell'oppresso

Chi mi aiutò
contro la tracotanza dei Titani?
Chi mi salvò da morte,
da schiavitù?
Non hai tutto compiuto tu,
sacro ardente cuore?
E giovane e buono, ingannato,
il tuo fervore di gratitudine
rivolgevi a colui
che dormiva lassù?

Io renderti onore? E perché?
Hai mai lenito i dolori di me ch'ero afflitto?
Hai mai calmato le lacrime
di me ch'ero in angoscia?

Non mi fecero uomo
il tempo onnipotente
e l'eterno destino,
i miei e i tuoi padroni?

Credevi tu forse
che avrei odiato la vita,
che sarei fuggito nei deserti
perché non tutti i sogni
fiorirono della mia infanzia?

Io sto qui e creo uomini
a mia immagine e somiglianza, una stirpe simile a me,
fatta per soffrire e per piangere,
per godere e gioire
e non curarsi di te,
come me.

… Io sto qui e creo uomini
a mia immagine e somiglianza, una stirpe simile a me,
fatta per soffrire e per piangere,
per godere e gioire
e non curarsi di te,
come me.

Sento ancora nelle orecchie quei versi urlati da  Prometeo dalla cina del suo Golgota.
Vedo il Titano che vince la sua lotta contro gli dei, contro il tempo e contro il destino.
Ci raggiunge, come un'onda impazzita, ci sommerge, l’urlo del dio che si fa uomo, che sconfigge la Natura matrigna che lo aveva voluto dio, figlio di Titani, di una stirpe immortale ed onnipotente.

Posso vederlo, Prometeo, il dio che sa prevedere gli eventi, mentre ingaggia una titanica lotta col Tempo, la prigione ristretta in cui si espiano i giorni passati. O in cui si viene esposti alle incertezze di quelli a venire. 

Era temuto da Zeus, Prometeo, perchè possedeva la capacità di conoscere le conseguenzedegli atti, la connessione delle cose nel Tempo che ancora deve arrivare. 

Zeus, non sentiva alcun peso del propri agire onnipotente. Era un dio, il più potente di tutti gli dei. Non aveva alcuna responsabilità delle proprie azioni. Ma per questa ragione non poteva conoscere le conseguenze dei suoi atti. Poteva decidere. Poteva agire. Poteva disporre. Aveva al suo servizio l’onnipotenza degli dei olimpi, suoi consimili. Ma non poteva sapere a cosa sarebbe andato incontro nei tempi dei tempi.

Aveva potuto sconfiggere i Giganti che regnavano prima della sua stirpe di dei senza provare alcun entusiasmo per la vittoria in quella battaglia combattuta senza furore. 

Aveva potuto uccidere impunemente il padre Crono, mutilarlo ella capacità di generare altri dei e prendere il suo posto. Nessun sentimento aveva accompagnato quelle azioni, nonl'orrore, non la gioia, nè la pena, nè l'esaltazione folle che una brutalità tanto efferata doveva provocare.

 Poteva stuprare, trasformandosi in pioggia d’oro o in candido cigno, e generare altri dei e nuovi eroi che riempivano di fama il firmamento. Ma nessun moto increpava la sua impassibilità olimpica. 

Era un dio ed era al riparo da ogni responsabilità per le sue azioni. Ma proprio per questo era condannato a non conoscere niente di ciò che fosse conseguenza delle sue azioni. 

Era suo destino ineluttabile di assistere impassibile allo spiegamento delle sue azioni, al soddisfacimento delle sue pulsioni, a vincere qualsiasi prova o battaglia ed a vedere soddisfatto ogni suo desiderio. Ma dato che non poteva possedere il senso di responsabilità, le sue azioni erano prive di coscienza. Non poteva conoscere il dubbio che anticipa ognidecisione e volge alla prudenza oppure all'azzardo. Non poteva conoscere il calcolo delle forze che anticipa l'azione che conduce ogni progetto al successo. Non poteva conoscere la meraviglia che si prova davanti alle conquiste dell'impossibile. Non poteva dar senso alcuno al corso del tempo ed al progresso. Non poteva sentirsi ebbro di soddisfazione  per ogni passo passo incerti nell'ignoto e nel pericolo che segna il cammino nello spazio sconosciuto. Non poteva conoscere la paura del cimento, l’ardimento nelle imprese, il rischio dell’insuccesso. 

Per questo non poteva conoscere la catena degli eventi che lega un prima ad un dopo, un perchè ad un perciò. 

Prometeo era il dio che aveva imparato a conoscere tutto ciò. Tutto questo era impresso nel suo nome, che nell'antica lingua di chi lo aveva nominato suonava "Colui che guarda davanti".

Per questo suo sapere veniva inchiodato alla dura roccia del monte Caucaso. Prometeo,colui che guarda davanti.

Incatenato con il duro ferro delle catene, fabbricate con gli attrezzi di Efesto, che non sapeva. 

Prometeo, veniva inchiodato con catene e chiodi d’oro, ma non lanciava urla di dolore per le carni che si laceravano. Non urlava per scacciare il metallo dalle dure carni di figlio di Giganti o il gelo dalle sue membra, nella notte senza calore sul più alto dei monti che separa l'Oriente antico e sapiente dall'Occidente troppo giovane.

Il sapere di Prometeo ha aggiunto una nuova dimensione allo spazio del pensiero, rivolta al futuro, diretta verso il tempo in cui trovano senso la coscienza, la speranza, la paura. 

Zeus lo aveva condannato a scontare la più dura delle pene perché lo aveva ritenuto colpevole di conoscere il futuro, di aver tenuto segreto il nome del nemico che un giorno avrebbe spodestato il Re degli dei dal trono del cielo. 

Prometeo, primo testimone e principale protagonista dell’eterna lotta fra il presente ed il futuro, non avrebbe mai potuto rivelare l’esito della lotta fra la natura irresponsabile dell’innocente onnipotenza divina  e la colpevole coscienza dell’agire etico e morale.

Annego nei pensieri del Titano. 

Affogo nel turbine che vorticava in quell’eterno intervallo durante il quale il dio è restato incatenato alla rupe, al confine più alto fra la terra d’Oriente e l’ellenica Europa. 

Prometeo era figlio del Titano Giapeto e dell’Oceanina Asìa. Aveva due fratelli, Atlante, condannato prima di lui a sorreggere il peso del mondo con la sola forza bruta delle braccia, ed Epimeteo, "Colui che guarda indietro", privo della coscienza, cieco per la sua stupida stoltezza. Anche lui destinato ad una dolorosa condanna. Forse è morto per la pena di aver liberato nel mondo i mali eterni dell’agire incauto e sconsiderato.

E' esploso nelle mie orecchie quell’urlo, scagliato dall'alto del monte verso l’immensità dei cieli.

… Io sto qui e creo uomini

a mia immagine e somiglianza, una stirpe simile a me,
fatta per soffrire e per piangere,
per godere e gioire 
e non curarsi di te, 
come me.

Io, che sono Uomo, voglio provare ad immaginare il prodigioso sforzo di Prometeo.

Voglio provare a vedere la sua metamorfosi.

Voglio sentire la sua inconsolabile delusione per il mondo perduto degli dei. 

Voglio restare abbagliato dalla sua incrollabile fede nell’uomo. 


Per conoscere un pò la figura di Prometeo:

http://www.rivistazetesis.it/Prometeo.htm

3 commenti:

teoderica ha detto...

Due volte sono venuta a leggere il tuo racconto, non ho scritto niente perchè lo volevo metabolizzare. Profondo e "potente" il tuo scritto fa sembrare che sia più bello essere uomini che dei.Ciò mi sembra che voglia dire che tu stimi profondamente l' Uomo , un inno all' Uomo, una speranza all' Uomo e oggi in un mondo ove tutto è relativo fa un gran bene leggere ciò. Ora capisco perchè a volte hai dei periodi "giù", la tua speranza nell' uomo vacilla , come fa a non vacillare con quello che accade, allora mi immagino quanto sia profondo il tuo sconforto, quanto tu ti possa sentire umiliato nel dare tanta forza ad un Uomo che non la merita. Piero non smettere di scrivere, tu scrivi " forte" e sai "toccare" scrivi, scrivi e scrivi , non smettere. Ti volevo anche ringraziare per la poesia che hai lasciato da me, la tua sensibilità mi stupisce sempre, la poesia non solo è bellissima ma sembra essere fatta per come mi sento in questo periodo. Sai che ti dico, me ne infischio di quello che si dice dei contatti sul web, io mi ci trovo bene, per me sei un vero amico, ti stimo e mi fai sentire più sicura. Ti ringrazio di nuovo per il libro che mi hai consigliato, mi ha dato tanti spunti su cui riflettere, non solo sulla mitezza, ma anche sulla religione, sull' etica e sul razzismo. Questo non c' entra niente ma te lo voglio dire lo stesso, sulla Voce di Romagna , la domenica di solito,scrive un opinionista che si chiama Ettore Bonato , io lo leggo sempre, ha una scrittura incisiva e "forte" potresti essere tu, davvero sai, ti ci ritrovo , anche se lui scrive cose diverse dalle tue. Ora termino altrimenti non mi leggi che divento troppo prolissa. Ciao.

pietro d. perrone ha detto...

Cara Paola, come farei a non leggerti, con tutte le cose belle che mi hai detto?

Questo racconto è solo una parte di un lavoro un pò pazzo e un pò particolare sul quale sto limando da tempo. Si chiama Mnemosyne. Questo è l'inizio della quarta parte, l'ultima.
Ci metto le mani sopra piano piano. Me lo gusto, anche perchè non saprei farci granchè. Non è roba buona per la rivista dell'ufficio. Loro sono gentilissimi, ma questa roba è fuori argomento.

Quando l'avrò finito, chissà quando, te lo farò leggere.

Grazie per le parole di amicizia.
So anche io che la nostra identità fatta di elettroni bittati sembra smentire ogni possibile affetto. Ma forse le cose non debbono andare necessariamente così. Forse possiamo essere veri anche in questa forma qui.
Poi, all'inverso, ma non c'è tanta ipocrisia lì fuori, nel mondo fisico? Se reggesse la regola della forma, lì, nel mondo vero, dovrebbe essere impossibile l'insincerità.

A presto

hector49 ha detto...

Teoderica, sono io Ettore Bonato de La Voce (mi verrebbe da dire: sono io sono io alla Amadeus) grazie per i complimenti indiretti. Sai dove trovarmi. Ciao
Ettore

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