14 aprile 2009

SPERANZA

David Levine

ODE SCRITTA NEL 1966

Nessuno è la patria. Neppure il cavaliere
che alto nell'alba d'una piazza deserta
spinge un destriero di bronzo nel tempo,
nè coloro che guardano dal marmo
O che dispersero guerriera cenere
per i campi d'America
o lasciarono un verso o un'impresa
o la memoria d'una vita integra
nel giusto esercizio dei giorni.
No, nessuno è la patria. Neanche i simboli.

Nessuno è la patria. Neanche il tempo
carico di battaglie, di spade e migrazioni,
del lento popolarsi di regioni
che han per confine l'aurora e il tramonto
e di volti che vanno invecchiando
negli specchi offuscati,
di pazienti agonie senza nome
che durano fino all'alba
e della ragnatela della pioggia
sopra neri giardini.

La patria, amici, è un agire perpetuo
come perpetuo è il mondo. (Se l'Eterno
spettatore cessasse di sognarci
un solo istante ci incenerirebbe,
bianco e improvviso fulmine, il Suo oblìo.)
Nessuno è la patria, ma dobbiamo
esser degni del vecchio giuramento
che pronunciarono quei gentiluomini
d'essere, e lo ignoravano, argentini,
d'essere quanto sarebbero stati
per aver giurato in quella casa.
Noi siamo l'avvenire di quegli uomini,
la giustificazione di quei morti;
nostro dovere è il compito glorioso
che alla nostra ombra affidano le ombre
che dobbiamo salvare.

Nessuno è la patria, tutti insieme lo siamo.
Nel nostro e nel mio petto arda, incessante,
il suo limpido fuoco misterioso.

ODA ESCRITA EN 1966

Nadie es la patria. Ni siquiera el jinete
que, alto en el alba de una plaza desierta,
rige un corcel de bronce por el tiempo,
ni los otros que miran desde el mármol,
ni los que prodigaron su bélica ceniza
por los campos de América
o dejaron un verso o una hazaña
o la memoria de una vida cabal
en el justo ejercicio de los días.
Nadie es la patria. Ni siquiera los símbolos.

Nadie es la patria. Ni siquiera el tiempo
cargado de batallas, de espadas y de éxodos
y de la lenta población de regiones
que lindan con la aurora y el ocaso,
y de rostros que van envejeciendo
en los espejos que se empañan
y de sufridas agonías anónimas
que duran hasta el alba
y de la telaraña de la lluvia
sobre negros jardines.

La patria, amigos, es un acto perpetuo
como el perpetuo mundo. (Si el Eterno
Espectador dejara de soñarnos
un solo instante, nos fulminaría,
blanco y brusco relámpago, Su olvido.)
Nadie es la patria, pero todos debemos
ser dignos del antiguo juramento
que prestaron aquellos caballeros
de ser lo que ignoraban, argentinos,
de ser lo que serían por el hecho
de haber jurado en esa vieja casa.
Somos el porvenir de esos varones,
la justificación de aquellos muertos;
nuestro deber es la gloriosa carga
que a nuestra sombra legan esas sombras
que debemos salvar.

Nadie es la patria, pero todos lo somos.
Arda en mi pecho y en el vuestro, incesante,
ese límpido fuego misterioso.
 

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Stasera cercavo parole di speranza. Cercavo, avevo bisogno di una poesia sulla speranza. Le parole dei poeti hanno il potere di dare vita ai sentimenti. Di creare qualcosa che rimane per sempre, qualcosa che non c'era prima di loro e che diventa eterno dopo di loro.
I Poeti. Anzi gli Artisti.
Creano i sentimenti. Li scavano nel'annimo di ogni uomo. Li enucleano nella massa informe che sarebbe stata la bestia umana senza un verso di poesia.
Creano il senso umano. 
Danno vita ad universo sconosciuto.
Esplorano, con i loro naviri di fragile costituzione, territori sconosciuti e tracciano mappe di tesori inestimabili.
A loro!
Ecco volevo sentire tra le mani la sostanza della speranza, stasera.
Speranza.
Per tutto ciò che non va, che cirattrista. 
Per chi non c'è più, per chi soffre, per chi è senza niente o ha perduto tutto.
Speranza.
Dopo la Nascita di una vita che prorompe dalla schiuma del mare immortale sentivo il bisogno di una manciata di speranza.
Ed ho trovato i versi di Borges. Il poeta che distilla il buio.
Nei suoi versi, la patria è una metafora.
Il passato, il presente ed il futuro sono uniti dal fragile filo della speranza.
Sono perle.
I suoi versi una collana.

Ho trovato anche questa. Che ha lo stesso significato, ma con un gusto, un sapore diverso.

AL FIGLIO

Non sono io a generarti. Sono i morti.
Sono mio padre, il suo, i loro maggiori;
quelli che da un lungo dedalo di amori
tracciano da Adamo e dai deserti
di Caino e di Abele, in un'aurora
così antica che è ormai mitologia,
per giungere, midollo e sangue, al giorno
del futuro, a quest'ora in cui ti genero.
No sento l'affollarsi. Siamo noi
e tra noi tu, sono con te i futuri
figli nati da te. Saranno gli ultimi
e insieme a quelli d'Adamo. Ed io sono
essi. L'eternità sta nelle cose
del tempo, nelle sue labili forme. 

  AL HIJO

No soy yo quien te engendra. Son los muertos.
Son mi padre, su padre y sus mayores;
son los que un largo dédalo de amores
trazaron desde Adán y los desiertos

de Caín y de Abel, en una aurora
tan antigua que ya es mitología,
y llegan, sangre y médula, a este día
del porvenir, en que te engendro ahora.

Siento su multitud. Somos nosotros
y, entre nosotros, tú y los venideros
hijos que has de engendrar. Los postrimeros

y los del rojo Adán. Soy esos otros,
también. La eternidad está en las cosas
del tiempo, que son formas presurosa
s

JORGE LUIS BORGES

3 commenti:

Pier Luigi Zanata ha detto...

Ti dono altre due poesie cariche di speranze.

Il mio secolo non mi fa paura

Il mio secolo non mi fa paura,
il mio secolo pieno di miserie e di crudeltà
il mio secolo coraggioso e eroico.
Non dirò mai che sono vissuto troppo presto
o troppo tardi.
Sono fiero di essere qui, con voi.
Amo il mio secolo che muore e rinasce
un secolo i cui ultimi giorni saranno belli:
il mio secolo splenderà un giorno
come i tuoi occhi.



Il più bello dei mari

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.

Caro Pietro queste sono due poesie di Nazim Hikmet, poeta turco.
Nazim Hikmet Nasce a Salonicco nel 1902. È amico di Neruda, allievo di Majakovkij. È capace di ridere e piangere, di amare, di soffrire e di cantare. E cantava - racconta Neruda - prima piano e poi sempre più forte, a squarciagola, per vincere la sua debolezza e rispondere ai suoi torturatori. Cantava in mezzo agli escrementi delle latrine, dove lo avevano costretto a stare dopo averlo fatto camminare fino all'esaurimento delle forze. Oppositore del regime di Kemal Ataturk, è condannato a 28 anni di carcere (1938) con l'accusa di incitamento alla ribellione perché ai cadetti della marina, che amano i suoi versi, piace leggere l'"Epopea di Sherok Bedrettin", il poema sulla ribellione dei contadini del 1500 contro l'impero ottomano.
Per la sua liberazione, nel '49 firmano a Parigi, insieme a tanti altri, Sartre, Picasso e Robeson. Per la libertà si sottopone a uno sciopero della fame di 18 giorni, nonostante il cuore malato. Esce dal carcere in seguito ad un'amnistia generale. Anche da libero è perseguitato: due tentativi di ucciderlo e il servizio militare a 50 anni, malato. Privato della cittadinanza turca, deve rifugiarsi all'estero, accolto con affetto ovunque; solo gli Stati Uniti gli negano il visto. Muore esule a Mosca nel 1963Le due poesie, poesie d' amore sono il nucleo di emotivita' e di pensiero in cui egli perseguitato riesce afndere tutti gli aspetti della sua vita e delle sue speranze.
Vale

teoderica ha detto...

Caro Piero, due belle odi di speranza, anche io in questo perioido sono ottimista, cerco la speranza, voglio dimenticare il buio, voglio il mare e la luce,......a proposito di mare Pier Luigi, ti ha lasciato due poesie meravigliose, IL PIu' BELLO DEI MARI è la mia poesia preferita, l' avevo pubblicata in uno dei miei post iniziali ( quelli che poi ho cancellato) l' altra non la conoscevo ma è carica di forza ....il mio secolo non mi fa paura.....Ciao.

pietro d. perrone ha detto...

Caro PiLu (che ne pensi di questo diminutivo? Sicuramente il più brutto che si potesse ricavare con le tue iniziali), si conoscevo Hikmet. Ma non conoscevo la sua storia.
Davvero grandi maestri. E poi la repressione più triste e dolorosa... Caro Piero Luigi, davvero grazie. Anche se le poesie le conoscevo - devo dire grazie anche a Paola, che aveva anticipato "il più bello dei mari" - mi hai fatto davvero un bel regalo.

Cara Paola, la speranza... ce n'è davvero bisogno... meno male che almeno i poeti sono generosi, al riguardo.

Buona serata.

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