1 maggio 2009

IL LAVORO: LA CORVE' DEGLI DEI

Ho riflettuto a lungo sull'idea del LAVORO, cercando di capire meglio il senso, il  valore, delle frenetiche attività dell'uomo.
Queste riflessioni, che sono diventate articoli pubblicati sulla Rivista degli Infortuni e delle Malattie Professionali, mi hanno fatto viaggiare in lungo ed in largo nel tempo e nello spazio, alla ricerca delle radici più profonde dell'agire umano.
In fondo la domanda che mi spingeva era: "perchè l'uomo si affanna tanto, da sempre, a costruire, fabbricare, mettere in piedi, alzare, tirare su, cantierare... Piramidi, Templi, Chiese, Castelli, Basiliche, Stadi, Teatri, Città ed ogni altro genere di opere, senza contare tutti gli altri utensili ed oggetti...
Perchè?
Perchè tutta questa fatica, resa ancora più... insensata dagli sforzi altrettanto titanici profusi nelle altre attività umane, quelle di distruzione, guerresche e devastanti ?
 
Oggi, I MAGGIO FESTA DEL LAVORO, mi sembra il giorno giusto condividere con i concittadini della "repubblicaindipendente" queste riflessioni. 
Chi ne ha voglia può provare a collegarsi al link e leggere l'intero testo (che pur non essendo quello definitivamente pubblicato dà comunque il senso delle mie riflessioni).


Qui di seguito riporto un estratto... "impressionista"... emerso dalle profondità della storia...

.................................................

Allorché gli dei del cielo furono generati,

allorchè le dee madri convolarono a nozze,

allorchè le dee madri andarono chi in cielo e chi in terra,

allorché le dee madri… nella città di Akha partorirono,

allora dovettero gli dei provvedere al loro cibo e alle loro bevande

con il duro lavoro cui essi erano tenuti:

i grandi dei sovrintendevano al lavoro, gli dei minori portavano il

canestro di lavoro,

gli dei accumulavano nel Paese di Kharali terra per scavare i canali;

gli dei erano sempre in movimento e per questo si lamentavano.

A quel tempo Enki, il saggio per eccellenza, il creatore che ha fatto

Esistere i numerosi dei,

giaceva in Engur, il trogolo da cui scorre l’acqua, il luogo il cui

interno nessun altro dio può penetrare con l’occio,

egli era steso sul letto e non si svegliava,

gli dei piangevano e si lamentavano : “E’ lui la causa di questa

situazione”;

essi però non osavano andare contro colui che dormiva, contro colui

che dormiva nella sua camera da letto.

Nannu, però, la madre che eccelle sopra tutti, colei che ha partorito

I numerosi dei,

portò a suo figlio il lamento degli dei:

Figlio mio, tu giaci, in verità tu dormi!

I grandi dei percuotono il corpo delle tue creature;

figlio mio, alzati dal tuo letto, tu che in virtù della tua saggezza

conosci tutte le arti;

crea un sostituto degli dei, affinché essi possano buttare via il loro

canestro di lavoro!”

Alle parole di sua madre Nammu, Enki si alzò dal suo letto;

Il dio cominciò ad andare avanti ed indietro nella sua santa cella,

riflettendo si battè la coscia;

il saggio, l’intelligente, l’accorto che conosce tutto ciò che è perfetto

ed artistico, il creatore, colui che forma ogni cosa, fece uscire il

Sighensigshar (spirito vitale);

Enki modella per lui le braccia e forma il petto;

Enki, il creatore, fa entrare all’interno della sua creatura la sua

Saggezza;

egli quindi parla a sua madre Nammu:

Madre mia, alle creature che tu farai esistere assegna come compito

la corvè degli dei;

dopo che tu avrai mescolato l’argilla sopra l’Abzu,

tu plasmerai il Sighensigshar e l’argilla, fa sì che la creatura esista,

e Ninmah sia la tua aiutante;…”


Questo testo, ripreso da “I Sumeri”, di G. Pettinato, Bompiani, è parte di un antichissimo mito della città di Eridu, di epoca sumera, e risale al terzo millennio prima di Cristo, trai i quattromilacinquecento ed i cinquemila anni fa.


Il racconto è chiamato “l’invenzione della zappa”, per il tema specifico trattato, ma, come si vede, è legato all’origine del tutto, degli dei e degli uomini, delle fatiche dei primi e della divina natura degli ultimi e cerca, in quanto mito, di dare una spiegazione di tutte queste cose, servendosi, come strumento creativo, di una mente già (oramai) matura, ricca di concetti, di elaborazioni astratte.


Pur provenendo da un’epoca a cavallo fra preistoria e storia – ma già saldamente in sella alla seconda, potendo sfruttare, per la diffusione del suo messaggio, il media della scrittura incisa su tavolette d’argilla – è possibile notare immediatamente l’elevato grado di evoluzione del pensiero che anima il racconto, la sua grande “modernità”: pare di vederli, questi dei maggiori che sovrintendono, guidano, gli dei minori che, simili agli odierni salariati delle campagne, portano sulle teste onnipotenti i canestri con i frutti dei campi, o lamentarsi, mentre erano costretti al perenne movimento degli scavi per i canali.


E’ viva, quella descrizione, quasi di effetto “neorealista”, se tale giudizio non fosse un paradosso storico tanto clamoroso.


Ma non ci deve stupire, questo aspetto della civiltà dei Sumeri: “basti qui ricordare che proprio ai Sumeri va ascritto il merito di aver inventato la prima forma di scrittura del mondo, la scrittura cuneiforme, che, assieme alla urbanizzazione, ha costituito la base imprescindibile che ha permesso all’umanità di entrare nella storia...”; ecco “…chi ha creato la prima città, chi ha inventato la prima scrittura, chi ha capito, per la prima volta nella storia dell’uomo, la necessità di una organizzazione in Stato sovrano…” (G. Pettinato, testo citato).


Il livello di civiltà raggiunto nella Terra dei due fiumi, nel periodo fra il quarto ed il terzo millennio avanti Cristo è davvero mirabile, soprattutto se si pensa che tutto ciò di cui si racconta, si parla e si scrive, tutto ciò che si costruisce e si fa è fatto per la prima volta : città estese più dell’Atene di Pericle, deserti irrigati e coltivati più riccamente di quanto la moderna agricoltura, ancora oggi, non sappia fare, opere d’arte di qualità elevatissima, sia per la finezza delle lavorazioni che per l’acume dell’ingegno che le ha ideate, frutto, tutto ciò (e tutto l’altro di cui, qui, non ho parlato), di uno spirito elevatissimo, di un valore umano senza precedenti.



In un altro testo mitologico, di simile contenuto e della stessa epoca, ma di differente provenienza, il racconto continua come se quello precedente non fosse stato interrotto, descrivendo in modo dettagliato i compiti che dovranno essere svolti dalla creatura d’argilla di Nammu, madre di Enki:


la corvèe degli dei sia il loro compito:

che gli uomini per sempre curino i fossati dei confini,

che essi prendano in mano la zappa e il canestro di lavoro,

per il tempio dei grandi dei,

che è adatto per il trono eccelso,

aggiungano campo a campo,

per sempre i fossati di confine

curino,

le dighe tengano in ordine,

i fossati di confine scavino,

piante di ogni genere

facciano crescere,

pioggia, pioggia…

i fossati di confine scavino,

accumulino orzo,

che esperti da esperti, inesperti da inesperti,

da sé, come orzo, dalla terra germoglino,

è una cosa che mai sarà cambiata, così come le eterne stelle del cielo.

Affinché essi le feste degli dei, giorno e notte,

festeggino appropriatamente,

le grandi regole hanno di propria iniziativa stabilito

An, Enlil,

Enki e Ninmah,

i grandi die.

Nel luogo in cui essi crearono l’umanità,

in verità, fu posta come sovrana Nisaba” (dea del frumento).


L’uomo, abbiamo visto, nasce come creatura di fango, forgiata da Nammu, madre di Enki, dio delle acque dolci e della sapienza, patrono delle arti; uno dei creatori dell’umanità, verso la quale è solitamente ben disposto (Sandars, ne L’EPOPEA DI GILGAMESH, Adelphi).


Il suo scopo, il suo fine ultimo è la corvèe, il lavoro, la fatica.


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3 commenti:

teoderica ha detto...

Il suo scopo, il suo fine ultimo è la corvèe, il lavoro, la fatica.

Caro Piero , la tua è una riflessione che ho avuto modo di conoscere tramite i tuoi scritti.Mi va bene che il nostro scopo sia il lavoro, ma quello che mi rattrista , in questa giornata di festa è che gli infortuni e le morti sul lavoro aumentano. Io non conosco le statistiche nazionali, ma seguo la cronaca della mia città e sapere che ci sono norme sempre più severe e studi e conoscenze maggiori e constatare che aumentano le morti bianche mi rattrista molto , ma c'è come un velo di omertà , le morti e gli infortuni vengono pubblicati sui quotidiani locali, ma passano senza enfasi, ma gli operai sanno bene in quali aziende non lavorare, ma quando il denaro occorre, si va anche in quei posti. Ciò è ingiusto perchè l' uomo deve faticare ma per i denari che riceve non deve sacrificare la sua vita. Scusami il discorso a salti, ma davvero non mi sembra degno di un uomo um lavoro che ti rapisca la vita. Lavoro sì MORTE NO.

pietro d. perrone ha detto...

Cara Paola, io lavoro proprio per l'Ente INAIL, che si occupa di infortuni sul lavoro.
Sono stato diversi anni in Sede, sul territorio romano e su quello di Perugia.
Ho conosciuto direttamente molti lavoratori che hanno pagato con la propria salute la necessità di lavorare.
Potrei raccontare qualche esperienza da far accapponare la pelle.
Una mattina, verso le 8 e mezzo è passato davanti la mia porta un signore un pò attempato. Mi ha hiesto: "è lei il responsabile di questa Sede? Vorrei parlarle. Non ho nulla da chiedere alla Sede, che a fatica, ma alla fine mi ha riconosciuto i diritti economici che mi spettano. Vorrei solo raccontarle la mia esperienza.
Io sono un medico. Un radiologo. Lavoravo per un grande ospedale di Roma. Famoso. Mi sono ammalato di tumore. Mi restano ormai non più di 6 mesi di vita. Glielo dico perchè so che lì c'è ancora qualcuno che lavora nelle stesse condizioni che hanno condannato me a questa malattia. Vorrei che lei lo sapesse e facesse quanto possibile perchè quello che sta capitando a me non capiti ad altri"...

Cara Paola, credimi, sono pssati alcuni anni, quasi cinque. La mia memoria comincia a fare le bizze, imbarazzandomi, qualche volta. Ma io la faccia di quel signore non l'ho più dimenticata.

Vorrai sapere cosa ho fatto. Ho cominciato a studiare la possibilità di mandare gli ispettori presso quell'Ospedale.
Ma, per altre ragioni, del tutto scollegate da questa storia, dopo pochi mesi, ho cambiato ufficio. Niente a che vedere con quella storia.

Quel medico sapeva bene quello che diceva, quella mattina. So che meno di sei mesi dopo ... è successo quello che aveva anticipato.

Mi sono capitati altri casi, altre storie, altre vite spezzate.
Ricordo una donna. Una bella donna. Che piangeva. Il marito era, immigrato, era immigrata anche lei, era rimasto paralizzato a seguito di un incidente stradale. Era camionista. Aveva avuto un incidente. Ma era rimasto vivo.
Dall'ospdale, in Toscana, dov'era stato ricoverato, doveva andare via.
Avevano una casa in affitto, ad Ostia, sul litorale romano. Una piccola casa, di 50 metri quadri. Così piccola che non consentiva ad una carrozzella nemmeno di andare in bagno. O di girare in cucina.
La legge italiana consente di pagare le spese, tramite il mio Istituto, per attrezzare un appartamento ad accogliere un invalido grave. I lavori per sistemare l'ascensore, ristrutturare bagno, cucina, porte di casa, portone, scale, per far passare la sedia a rotelle, il lettino.
ma quell'appartamento era così piccolo che tutto ciò, tecnicamente, era impossibile.
La signora piangeva, lacrime vere. Credimi.
Quell'uomo, povero lui, uscito dall'ospedale sarebbe diventato una mummia vivente in un letto. Vivo, di fatto, ma sepolto in un letto. Senza possibilità neanche di andare al bagno. O do uscire di casa. Improgionato per sempre in quell'appartamento in affitto. Sempre che, e fintanto che, il padrone di casa non avesse deciso di mandarli al diavolo da qualche altra parte.
Loro, immigrati.
Ma perchè il sangue, il midollo delle ossa di quel povero Cristo, non valevano qualcosa?
Ma la legge, in casi come questi, non prevede nulla. Nè per un italiano nè per un immigrato.

Ne ho conosciuto anche altri. Molti altri. Credimi....

In qualche caso, forse parecchie volte, siamo riusciti, in ufficio a fare qualcosa di utile. Non a restituire ciò che la vita aveva tolto. Ma almeno ad aiutare.
Altre volte non ci siamo riusciti.

Cara Paola. La ragione di tutto questo male che invade il mondo non è solo tecnica. Non è solo legata alle misure di prevenzione.
C'è anche qualcosa d'altro, legato alla smania di guadagno, alla mancanza di rispetto della legalità, ad una cultura che non comprende il senso del pericolo, lo sottovaluta, lo riduce al livello del caso, della fatalità.
Ma non è il caso a mietere le vittime, a chiedere un tributo di sangue ogni giorno, non è solo la fatalità.
E' un problema culturale. E' un problema politico.
Se ognuno pensa di essere furbo, se l'individualismo è la regola, se l'egoismo ed il guadagno regolano il successo, la soddisfazione individuale e sociale, le iniziative politiche, allora parlare di sicurezza, investire denaro per impedire che per quel sacrificio quotidiano si immolino, ogni giorno, vittime innocenti, fare ricerca, sentirsi coinvolti, avere il dovere di essere coinvolti, in tutto ciò diventa uno spreco di risorse.

Esattamente come è successo alla Casa dello Studente di L'Aquila.
Esattamente come all'ospedale di quella città.

Scusami Paola. sai che in questo blog ho messo la regola che non parlo di lavoro. Forse l'unica regola. Ma oggi no. E poi tu mi hai letto nel cuore.

teoderica ha detto...

Caro Piero, ti rispondo qui, ma vale anche per il commento che hai lasciato da me.
Avevo intuito quale poteva essere il tuo lavoro, così come credo di avere intuito il perchè del perentorio NON SI PARLA DI LAVORO QUI!
Tu non hai fatto l' abitudine ai fatti che tramite il tuo lavoro vieni a conoscenza, questi spezzoni di vite smembrate, calpestate ti lasciano un' impronta sulla pelle, ne soffri. Grazie Piero è grazie a persone come te, che rifuggono l' abitudine ai soprusi. E' con l' abitudine che ci spezzano i nostri valori più cari, ed è con la memoria , a te tanto cara che si abbatte l' abitudine . Non ci può essere abitudine nel sopruso di un uomo a un altro uomo.Noi siamo portati all'abitudine ed il potere se ne serve .
Caro Piero, avevo anche intuito che dietro ai fili che Gaetano tesse per cercare un senso alla vita, ci doveva essere tanto dolore, ma non credevo così tanto. Vai al post precedente a quello del 1 maggio e leggi il commento che ha lasciato Gaetano, è da due giorni che penso a lui e alla sua famiglia e mi vergogno per i piagnistei che ho fatto per me stessa.Un abbraccio. paola.

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