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9 novembre 2009
GRIDO VERSO ROMA - Garcia Lorca - filmato
3 novembre 2009
segue.. GRIDO VERSO ROMA (F. G. Lorca)
2 novembre 2009
GRIDO VERSO ROMA - Garcia Lorca

http://personal.telefonica.terra.es/web/medicina/Federico_Garcia_Lorca.html
Mele leggermente ferite da sottili spadini d’argento
nuvole strappate da una mano di corallo che porta sul dorso una mandorla di fuoco
pesci di arsenico come squali
squali come gocce di pianto per accecare una folla
rose che feriscono
e aghi installati nei tubi del sangue
mondi nemici e amori ricoperti di vermi
cadranno su di te. Cadranno sulla grande cupola
che unge d’olio le lingue militari
dove un uomo orina su una splendente colomba
e sputa su carbone masticato
circondato da migliaia di campanelli.
Perchè non c’è più chi divida il pane e il vino
nè chi coltivi erbe nella bocca del morto
nè chi apra i lini del riposo
nè chi pianga per le ferite degli elefanti
Non c’è altro che un milione di fabbri
che forgiano catene per i bambini che verranno.
Non c’è altro che un milione di falegnami
che fanno bare senza croce.
Non c’è altro che un affollarsi di lamenti
che si aprono le vesti in attesa del proiettile.
L’uomo che disprezza la colomba doveva parlare
doveva urlare nudo fra le colonne
e farsi un’iniezione per prendere la lebbra
e piangere un pianto talmente terribile
da sciogliere i suoi anelli e i suoi telefoni di diamante.
Ma l’uomo vestito di bianco
ignora i misteri della spiga
ignora il gemito della partoriente
ignora che Cristo può dare ancora acqua
ignora che la moneta brucia il bacio prodigioso
e da il sangue dell’anello al becco idiota del fagiano.
I maestri indicano ai bambini
una luce meravigliosa che viene dal monte;
ma quel che giunge è un raduno di cloache
dove urlano le oscure ninfe del colera:
I maestri indicano con devozione le enormi cupole suffumicate;
ma sotto le statue non c’è amore,
non c’è amore sotto gli occhi di cristallo definitivo:
L’amore sta nelle carni lacerate della sete,
nella capanna minuscola che combatte con l’inondazione;
l’amore sta nei fossi dove combattono le serpi della fame,
nel triste mare che culla i cadaveri dei gabbiani
e nello scurissimo bacio pungente sotto i guangiali.
Ma il vecchio dalle mani trasparenti
dirà: amore, amore, amore,
acclamato da milioni di moribondi;
dirà: amore, amore, amore,
fra i drappi frementi di tenerezza;
dirà: pace, pace, pace,
fra il brivido dei coltelli e meloni di dinamite;
dirà: amore, amore, amore,
finchè le labbra gli diventeranno d’argento.
Intanto, intanto, ahi!, intanto,
i negri che portano via le sputacchiere,
i ragazzi che tremano sotto il terrore pallido dei direttori,
le donne affogate in olii minerali,
la folla di martello, di violino o di nuvola,
dovrà gridare anche se le romperanno la testa contro il muro,
dovrà gridare di fronte alle cupole,
dovrà gridare pazza di fuoco,
dovrà gridare pazza di neve,
dovrà gridare con la testa piena di escremento,
dovrà gridare come tutte le notti insieme,
dovrà gridare con voce così straziata
finchè le città non tremino come bambine
e spezzino le prigioni dell’olio e della musica.
Perchè vogliamo il nostro pane quotidiano,
fiore d’ontano e perenne tenerezza sgranata,
perchè vogliamo che si compia la volontà della Terra
che dà i suoi frutti per tutti.
Postato in Paola Turci il Ottobre 23rd, 2008
Mele leggermente ferite da sottili spadini d’argento
nuvole strappate da una mano di corallo che porta sul dorso una mandorla di fuoco
pesci di arsenico come squali
squali come gocce di pianto per accecare una folla
rose che feriscono
e aghi installati nei tubi del sangue
mondi nemici e amori ricoperti di vermi
cadranno su di te. Cadranno sulla grande cupola
che unge d’olio le lingue militari
dove un uomo orina su una splendente colomba
e sputa su carbone masticato
circondato da migliaia di campanelli.
Perchè non c’è più chi divida il pane e il vino
nè chi coltivi erbe nella bocca del morto
nè chi apra i lini del riposo
nè chi pianga per le ferite degli elefanti
Non c’è altro che un milione di fabbri
che forgiano catene per i bambini che verranno.
Non c’è altro che un milione di falegnami
che fanno bare senza croce.
Non c’è altro che un affollarsi di lamenti
che si aprono le vesti in attesa del proiettile.
L’uomo che disprezza la colomba doveva parlare
doveva urlare nudo fra le colonne
e farsi un’iniezione per prendere la lebbra
e piangere un pianto talmente terribile
da sciogliere i suoi anelli e i suoi telefoni di diamante.
Ma l’uomo vestito di bianco
ignora i misteri della spiga
ignora il gemito della partoriente
ignora che Cristo può dare ancora acqua
ignora che la moneta brucia il bacio prodigioso
e da il sangue dell’anello al becco idiota del fagiano.
I maestri indicano ai bambini
una luce meravigliosa che viene dal monte;
ma quel che giunge è un raduno di cloache
dove urlano le oscure ninfe del colera:
I maestri indicano con devozione le enormi cupole suffumicate;
ma sotto le statue non c’è amore,
non c’è amore sotto gli occhi di cristallo definitivo:
L’amore sta nelle carni lacerate della sete,
nella capanna minuscola che combatte con l’inondazione;
l’amore sta nei fossi dove combattono le serpi della fame,
nel triste mare che culla i cadaveri dei gabbiani
e nello scurissimo bacio pungente sotto i guangiali.
Ma il vecchio dalle mani trasparenti
dirà: amore, amore, amore,
acclamato da milioni di moribondi;
dirà: amore, amore, amore,
fra i drappi frementi di tenerezza;
dirà: pace, pace, pace,
fra il brivido dei coltelli e meloni di dinamite;
dirà: amore, amore, amore,
finchè le labbra gli diventeranno d’argento.
Intanto, intanto, ahi!, intanto,
i negri che portano via le sputacchiere,
i ragazzi che tremano sotto il terrore pallido dei direttori,
le donne affogate in olii minerali,
la folla di martello, di violino o di nuvola,
dovrà gridare anche se le romperanno la testa contro il muro,
dovrà gridare di fronte alle cupole,
dovrà gridare pazza di fuoco,
dovrà gridare pazza di neve,
dovrà gridare con la testa piena di escremento,
dovrà gridare come tutte le notti insieme,
dovrà gridare con voce così straziata
finchè le città non tremino come bambine
e spezzino le prigioni dell’olio e della musica.
Perchè vogliamo il nostro pane quotidiano,
fiore d’ontano e perenne tenerezza sgranata,
perchè vogliamo che si compia la volontà della Terra
che dà i suoi frutti per tutti.
Postato in Paola Turci il Ottobre 23rd, 2008
25 settembre 2009

LA LUCERTOLA VECCHIA
Sul sentiero bruciato
ho visto il buon lucertolone
(goccia di coccodrillo)
meditare.
Con la sua verde sottana
di abate del diavolo,
il colletto inamidato
e il portamento corretto,
ha un'aria molto triste
da vecchio professore.
Quegli occhi rinsecchiti
di artista fallito,
come guardano la sera
morente!
È questa la sua passeggiata
crepuscolare, amico?
Usate il bastone, ormai siete
troppo vecchio, don Lucertolone,
e i bambini del paese
vi possono spaventare.
Che cosa cercate sul sentiero,
filosofo orbo,
se il fantasma indeciso
della notte d'agosto
ha rotto l'orizzonte?
Cercate l'azzurra elemosina
del cielo moribondo?
Un centesimo di stella?
O forse
studiate un libro
di Lamartine e vi piaccion
i trilli argentini
degli uccelli?
(Guardi il sole calante,
e i tuoi occhi brillano,
o drago delle rane!
con un fulgore umano
Le gondole senza remi
delle idee passano
l'acqua tenebrosa
delle tue iridi bruciate.)
Forse vieni a cercare
la bella lucertola,
verde come le messi
di maggio,
come le chiome
delle fonti addormentate,
che ti ha disprezzato
e ha lasciato il tuo campo?
O dolce idillio spezzato
sui freschi giunchi!
Ma vivere! che diavolo!
mi siete simpatico.
La frase: «Mi oppongo
al serpente» trionfa
nel vostro gran mento
di arcivescovo cristiano.
Già è svanito il sole
sulla cima del monte
e le greggi
ingombrano la strada.
È ora di andarsene,
lasciate l'angusto sentiero
e non seguitate
a meditare.
Avrete tutto il tempo
di guardare le stelle
quando tranquillamente i vermi
vi mangeranno.
Tornate a casa vostra
sotto il paese dei grilli!
Buonanotte,
caro don Lucertolone.
La campagna è deserta,
i monti sono spenti
ed è vuota la strada:
solo di quando in quando
un cuculo canta
nell'ombra dei pioppi.
Vega de Zujaira, 26 luglio 1920
22 maggio 2009
a drawing by Lorca haydenharnett.com/
GLI I
Che dolcezza infantile
nella mattina tranquilla.
Gli alberi tendono
le braccia verso la terra.
Un vapore tremulo
copre i seminati
e i ragni tendono
le loro strade di seta
- incrinature sul cristallo pulito
del vento -.
Sul viale,
una fonte recita
il suo canto fra l'erbe.
E la lumaca, pacifica
borghese del sentiero,
umile e ignorata
contempla il paesaggio.
La pace divina
della natura
l'ha rincuorata,
e dimenticando le pene
della casa, desiderò
vedere la fine del sentiero.
Camminando s'internò
in un bosco d'edere
e d'ortiche. In mezzo
c'erano due rane vecchie
a prendere il sole,
tristi e malate.
«Questi canti moderni
mormorava una di loro -
sono inutili». «Tutti,
cara - le risponde
la compagna che era
ferita e quasi cieca -.
Da giovane credevo
che se un giorno Dio sentisse
il nostro canto, ne avrebbe
pietà. La mia scienza
ho vissuto molto -
m'impedisce di crederlo.
E io non canto piú...»
Le due rane si lamentano
chiedendo l'elemosina
a una giovane ranocchia
che passa sdegnosa
scartando l'erba.
Davanti al bosco cupo
la lumaca si spaventa.
Vuol gridare. Non può.
Le rane le si avvicinano.
«È una farfalla?»
dice la cieca.
«Ha due piccole corna
- risponde l'altra rana -.
È la lumaca. Lumaca,
vieni da altri paesi?»
«Vengo da casa mia e voglio
tornarci subito.»
«È un verme vile
esclama la rana cieca -.
Non canti mai?». «Non canto»,
dice la lumaca. «E non preghi?»
«Neppure: non ho mai imparato.»
«Non credi alla vita eterna?»
«E che cos'è?»
«Mah, vivere sempre
nell'acqua trasparente
vicino a una terra fiorita
di ricchi pascoli.»
«Da bambina, un giorno
la mia povera nonna mi disse
che dopo morta sarei andata
sulle foglie piú tenere
degli alberi piú alti.»
«Tua nonna era un'eretica.
La verità te la diciamo noi.
Dovrai crederci!»
dicono le rane furiose.
«Perché ho voluto vedere il sentiero?
geme la lumaca - Sí, credo
per sempre alla vita eterna
che dite voi...»
Le rane
pensierose si allontanano
e la lumaca spaventata
si perde nella foresta.
Le due rane mendicanti
restano come sfingi.
Una alla fine chiede:
«Credi alla vita eterna?»
«Io no», dice tristemente
quella ferita e cieca.
«Allora perché abbiamo detto
di credere, alla lumaca?»
«Perché... Non lo so
dice la rana cieca -.
Mi emoziono
quando sento i miei figli
invocare Dio con fiducia
dal canale...»
La povera lumaca
torna indietro. Nel sentiero
un silenzio ondulato
sgorga dal viale.
S'incontra con un gruppo
di formiche rosse.
Sono tutte in tumulto
e trascinano a forza
un'altra formica
con le antenne spezzate.
La lumaca esclama:
«Pazienza, formiche.
Perché maltrattate così
la vostra compagna?
Ditemi quello che ha fatto.
Giudicherò io in coscienza.
Su, formica, racconta tu.»
La formica mezza morta
le risponde tristemente:
«Ho visto le stelle.»
«Che cosa sono le stelle?», dicono
le formiche inquiete.
E la lumaca pensierosa
domanda: «Stelle?»
«Sí - ripete la formica -.
ho visto le stelle,
son salita sull'albero piú alto
che abbia il viale
e ho visto migliaia d'occhi
nelle mie tenebre.»
La lumaca domanda:
«Ma che cosa sono le stelle?»
«Sono luci che portiamo
sulla nostra testa.»
«Noi non le vediamo»,
commenta
E la lumaca: «La mia vista
arriva fino all'erba.»
Le formiche esclamano,
muovendo le loro antenne:
«Ti uccideremo; sei
pigra e perversa.
La tua legge è il lavoro.»
«Sí, ho visto le stelle»,
dice la formica ferita.
La lumaca sentenzia:
«Lasciatela andare,
fate le vostre faccende.
Può darsi che muoia
presto, arresa.»
Nell'aria dolce
è passata un'ape.
La formica agonizzante
sente la sera immensa
e dice: «Viene a portarmi
su una stella.»
Le altre formiche fuggono
vedendola morta.
La lumaca sospira
e s'allontana stordita,
piena di confusione
per l'eternità. «Il sentiero
è finito - dice -.
Forse di qui
si arriva alle stelle.
Ma la mia grande lentezza
mi impedirà di arrivare.
Non pensiamoci piú.»
Tutto era soffuso
di sole pallido e nebbia.
Campane lontane
chiamavano in chiesa
e la lumaca, pacifica
borghese del sentiero,
intontita e inquieta,
contempla il paesaggio.
FEDERICO GARCIA LORCA
Granada, dicembre 1918