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2 giugno 2009

DIGRESSIONI DI UN MIGRANTE ANALFABETA DEL MONTE ATLANTE

Icaro amava andare in alto.
Amava l'altezza leggera.
Lassù poteva volare
più in alto di tutti.
Lassù. Sul monte.
Dove si rifugiava a sognare.
Lassù. Si perdeva.
Fissava lo sguardo
nel vuoto.
Pensava.
Fantasticava.
Immaginava il futuro.

Riviveva il passato.
Il tempo che andava.
La vita.
La storia.
I Paesi lontani.
I Popoli in armi.
Sognava.
La pace nel mondo.
Nel verde, tra le nuvole,
sotto la calura del sole.
O all'ombra.
Nel bosco.
O di notte.
Senza luna.
Senza stelle.
Immalinconiva nell'ombra.
Immaginava il futuro.
Pensava alla vita. Costruiva città.
Uccideva mostri nefandi.
Intanto cresceva.
Immerso nel libero mondo dell'aria.
Volava alto.
Più in alto di tutti.
Più in alto del Padre.
Nel cielo più azzurro.
Nel gelo più bianco.
Nel sole spiù rosso.
Pensava.
Lassù.
Pensava alla vita.
Desiderava l'amore.
Fantasticava, lassù.

Parlava di macchine.
Di forze potenti.
Ingranaggi.
Ruote dentate.
Forcelle.
Leve e pulegge.
Innalzava templi.
Elevava cinte murarie.
Ergeva inespugnabili
erte acropoli.
Mattoni possenti.
Robuste architravi.
Piramidi.
E ponti.
Era architetto, lassù.
Scienziato.
Pittore.
Era suo padre.
Era uno scriba.
Era sapiente.
Filosofo. Aedo. Poeta.
Scultore.
Inestimabile artista.
Edificatore di fantasie.
Costruttore di sogni.
Perciò volava alto, lassù.
Imprendibile.
Libero.
Guardava nel sole.
Annegava nel bagliore del lampo.
Svaniva nella vampa infuocata.
Veleggiava sul lago di lava.
Sogno.
Fantasia.
Utopiche imprese.
Eroico.
Sfidava gli elementi.
Scherniva gli dei
onnipotenti.
Un giorno decise.
Lassù.
Partire.
Sfidare il destino.
Giovane uomo.
Doveva volare.
Nell'aere infuocato.
Nel cielo trasparente.
Nell'azzurro del mare.
Baciò la sua terra.
Partì.
Di lassù.

Un peso sul cuore.
Un sogno gravoso.
Un destino egoista.
Doveva volare.
Per sempre.
Da solo.
Per tutti.
Estrema frontiera.
Lasciò la terra.

Una vampa.
Una torcia.
Saetta e folgore.
Cenere.
Leggera. Polvere.
Fango.
Leggero turbinìo.
Un vortice.
Un mancamento.
Il destino.
Irrevocabile.
Un battito
di ciglia.
Un fiato.
Sparì.
Si guardava intorno.
Invisibile,
etera
ombra.
Fantasma
d'ombra.
Illusione d'estate.
Miraggio.
D'intorno
sognava.

Vedeva l'estendersi
turchino
del mare sconfinato.
Librandosi, sopra
l'orizzonte,
scorgeva il confine
immobile
dei tempi.
Scrutando,
le cime Olimpie
vedea scomparire.
Svanire
gli dei.

Alito di vento.
Spinto dalle correnti
leggere
di zefiri volubili.
Anima voltagabana.
Destino
incostante.
Libera sorte.
Incontrastato
arbitrio
del fato.
Gravame
della vita del monte.

Leggera
corona di nubi
sulla cima
del monte
Atlante.
Frescura
di brezza
che allevia
la calura
delle
rosse
sabbie
affamate.

Mitico eroe.
Principe
ereditario
delle tribù
d'ebano
della terra
d'Affrica.
Pane
per i corvi.
Nera pece.
Torcia
disumana
nei profondi
recessi
dell'anima
umana.

Destino infranto,
senza padrone.
Vita a prestito.
Sangue meticcio.
Icaro volava.
Volteggiava
alto
come un'aquila reale.
Sangue
incolore.
Putrido
liquame.
Uomo
senza
fratelli.

Leggera ombra
dell'al di là.
Trasparente.
Incorporea
effigie
d'animale
senza
dignità.
Ala
di un destino
senza storia.
Carne da macello.

28 maggio 2009

DEDALO ED ICARO

Jacob Peter Gowy 1636-37

L'uomo. Era un uomo fatto.
Un architetto. Un pittore. 
Un fabbricante d'artifici.
Incantatore di meraviglie,
di mostri di ferro.
Viventi.

Il ragazzo. Era ancora acerbo.
Un aiutante, un apprendista. 
Un pò sognatore. Smarrito.
Spavaldo. Inseguiva
le stelle. I suoi sogni. 
La vita.

Le ali. Erano di cera rappresa,
raccontano i lavoranti, stupìti.
meravigliati, curiosi,
con gli occhi accecati
dal sole alto,
abbagliante.

Il volo. Era un sogno millenario,
un movimento degli dei,
raccontato dai poeti.
Dal loro cuore nascevano
quelle creature
onnipotenti.

Il cielo. Era un regno inviolato,
uno spazio vietato
agli uomini gravi.
L'innocente girdino 
di una vergine celeste,
selvaggio.

L'uomo. Lanciò la sfida
all'azzurra vampa del sole.
Montò con un balzo sulle ali.
Empio. E librò il volo.
Il baratro lo avvolse.
Orrendo.

Un brivido. La fronte serrata.
Virò verso l'alto picco illuminato.
La radura, dal fondo, lentamente sparì.
Il mare si restrinse.
Il cedro. Maestoso.
Lo salutò.

Il ragazzo. I polpacci ancora implumi
inchiodò alla macchina. Vorace. 
Verso il sogno ingannatore
piantò lo sguardo trasognato.
Tracciò ingannevole la rotta. Rapace.
Si slanciò.

L'uomo ed  il ragazzo. Aquile orgogliose.
Volteggiavano. Verso gli astri
scitillanti. Nuove stelle
vaganti nella misteriosa volta
inesplorata del cielo
primordiale.

La meraviglia.  Traboccarono palpitando
le loro vene possenti, stretto
nella gola l'urlo si strozzò.
Il lago salato si strinse sotto di loro,
mentre la verde vetta acuminata
svaniva.

Tragedia. Un istante.Eterno.
Scoccava il tempo assegnato.
La macchina. Traditrice.
Disarcionò l'imberbe cerbiatto.
O attimo fatale! Il meccanismo 
fallì.

Lacrime. Silenzio. L'aria fendeva 
l'umana saetta. Scrutando 
nell'azzurro marino salato. 
Invocava gli dei. Sacrifici. Sangue
animale. Grasso odoroso. Prometteva
agli dei.

Il giovane toro. Nel lampo veloce
del volo si perse. Con gesto furtivo.
La chioma scomposta. Il volto scavato.
Il sorriso ferito. La smorfia traversa.
La gioia folle di vivere.
Sconfitto.

Lo schianto. Sulla superficie salata 
l'ingranaggio schiantò. Il giovane sangue
si confuse alla schiuma. Sassi,
le lacrime. Nere perle senza riflesso.
Nel mare perdute. La speranza di un uomo
s'infranse.

Il vecchio. Nel cuore rattrappito,
gelato, nuotava, il ricordo del giovane passero.
L'aveva dipinto coi colori del cielo.
L'aveva rapito il suono del mare.
Disperato. Solitario.
Si spense.

Il giovane. Era cresciuta la manta.
Volava nel mare salmastro.
Sul verde del fondo. Planava. 
Immemore. Anima senza peso. 
Voluttuosa. Morbida seta. 
Sfumò all'orizzonte.
Si perse.......