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18 novembre 2009

NASCITA DI VENERE

di Pierpaolo Pasolini

ALLA BANDIERA ROSSA
Per chi conosce solo il tuo colore,
bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui
esista:
chi era coperto di croste è coperto di
piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese
africano,
l'analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore,
bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi
sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e
operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti
sventoli.
La vita del poeta è una vita speciale.
Il poeta può essere un cantante, oppure un vero poeta che scrive poesie.
Il poeta usa usa le parole perchè sente il bisogno di dire agli altri quello che ha dentro.
Lo fa perchè ha un bisogno egoistico di dire. Ha lo stesso bisogno che hanno i bambini di dire.
Perchè dire significa usare un potere magico, il potere di dare vita alle cose.
Lo facevano anche gli antichi, e continuano a farlo ancora gli sciamani.
Gli antichi, gli uomini primitivi, per esempio, quando disegnavano le immagini di caccia sulle pareti delle caverne davano vita reale alla caccia, alle prede, ai pericoli, alle speranze.
Gli sciamani quando recitano le loro formule magiche mettono in movimento energie invisibili che compiono l'effetto richiesto.
Dare il nome ad una cosa significa trarla fuori dal nulla in cui era nascosta. Vuol dire farla esistere.
Il poeta questo fa.
Trae fuori dal nulla confuso, indistinto, dal magma caotico che c'è nell'animo dell'uomo e da vita alle cose dei poeti.

Le cose dei poeti sono i sentimenti.
Le parole dei poeti traggono fuori dal nulla confuso i sentimenti che abitano nella terra del caos che deve essere esplorata dentro l'animo umano.
Le parole dei poeti danno forma e contenuto e sostanza ai sentimenti dell'uomo.
Senza i sentimenti l'uomo sarebbe ridotto a mera materia, di poco più elevata del vivere istintuale delle bestie grazie al lume della razionalità.
Ma tutto sarebbe vano, senza direzione, senza scopo, senza meta.
Se un poeta non avesse coniato il sentimento dell'amore l'amore non esisterebbe.
Se un poeta non avesse usato quella parola non sarebbe potuto neanche esistere una Croce, un religione, una società, una famiglia, una coppia, un figlio.
Ci sarebbero solo branchi, stormi, mute, greggi, mandrie, sciami...
Non che a tutto questo possa mancare la bellezza.
Ma la bellezza sarebbe solo un vuoto contenitore esteriore.
Niente a che vedere con la realtà che c'è dentro "le parole".
Le parole sono pietre.
Le parole scavano nel legno dell'esistenza le forme della vita di ogni uomo.
Le parole dei poeti hanno la magia di rendere vero, sperimentalmente vero, il peso di quelle pietre.

Le parole dei poeti non sono neanche soggette alle regole del tempo.
Come le parole di Pasolini.
Non solo le sue parole erano pietre.
E non solo le sue parole davano vita e forma ed esistenza a qualcosa che confusamente già esisteva nella società, nell'animo degli uomini, già nel 1958-1959, quando furono scritti i versi dedicati alla bandiera rossa.
A rendere quei versi al di fuori da ogni dimensione del tempo degli uomini è la loro precisione profetica, la certezza di esistere, la loro assolutezza nell'essere veri.
I poeti possono vedere cose che noi esseri normali non potremo mai vedere.

I poeti sanno usare i colori. E alle volte sono veri pittori.
Era un poeta Pasolini. Come era un poeta Botticelli.
La vita reale, la materiale esistenza, il destino di passare su questa terra appartiene tanto ai versi sulla bandiera rossa quanto alla meravigliosa vergine che sta compiendo il suo primo viaggio per raggiungere questa terra, sul mare di Cipro.
Quella meravigliosa vergine sarà per sempre Venere, resa reale ed immortale nell'attimo stesso della sua nascita dall'arte del pittore.
Reale, vera, concreta è la Venere che nasce dai versi di Rilke, con cui chiuderò queste considerazioni.
Così, vera, vera poesia è quella di Pasolini che ha visto il dolente sventolio dei sentimenti dei più deboli, attaccati, abbracciati ai loro miseri stracci, come si trattasse di un gonfalone nobiliare al quale sacrificare la propria misera esistenza.

di Rainer Maria Rilke:
La nascita di Venere
In quell'alba (trascorsa era la notte
piena d'orgasmi, d'impeti e di grida)
il mare ancora si sconvolse. Urlò.
E come l'urlo si richiuse lento,
giù dai pallidi cieli mattutini
nel muto abisso celere piombando -
il mare generò.

Al primo sole scintillò di ricci,
ribalenò l'immenso equoreo pube.
Candida, in sé rattratta, umida ancora,
fuor dalle spume una fanciulla emerse.
Come la foglia verde appena messa
freme, si stira e languida si svolge,
così, per entro la frescura intatta,
nella fievole brezza del mattino,
a poco a poco il corpo suo si schiuse.

Fulgidi risalirono i ginocchi.
Sfere di luna, parvero: sommersi
nei nebulosi margini dell'anche.
L'ombra arretrò; scoprì gli agili stinchi.
Si protesero i piedi; e furon luce.
Come nel sorso palpita la gola,
ogni giuntura palpitò. Fu vita.

Entro il calice alcionio era quel corpo
come in mano di bimbo un fresco pomo;
e nel piccolo stimma a mezzo il ventre,
accogliersi parea tutta la tenebra
di quella immensa chiarità vivente.

Sott'essa risalìa, fievole e chiaro,
l'arco dei lombi, il flutto; e ricadeva,
ruscellando sommesso, a quando a quando.
Di luce intriso, non ancora ombrato,
come d'aprile macchia: di betulle,
si palesava ignudo il caldo pube.

Quindi si bilanciò la svelta linea
delle morbide spalle, equilibrata,
su lo stelo del corpo, che, diritto,
vibrò come zampillo. Alto, ricadde,
con lento indugio, nelle braccia lunghe,
precipitando in gonfie onde di chiome.

Il volto trapassò, piano, dall'ombra
del suo scorcio reclino, ecco, alla luce.
Eretto fu. Sott'esso, rilevato,
si conchiuse del mento il tondo giro.
Ma poi che il collo dardeggiò, vibrando
come uno stelo fervido di linfe,
anche le braccia s'agitaron tese,
colli di cigni all'erma sponda aneli.

Ed ecco: all'improvviso entro la grigia
alba sopita delle membra, corse
la prima brezza: un timido respiro.
Nel più sottile rameggiante intrico
delle trepide vene, un sussurrìo
flebile si levò: frusciò, sovr'esso,
il primo alacre scorrere del sangue.
Quindi, la brezza rinforzò. Fu vento.
Con tutto il fiato si gittò per entro
gli acerbi seni. Li gonfiò compresso.
Candide vele ricolme di spazio,
trassero, quelli, il lieve corpo a riva.

Ed approdò, la Dea.

Dietro di lei che per i lidi nuovi
- rapido il passo - procedea, balzarono
tutto il mattino i fiori e gli alti steli:
ardenti ed ebri, quasi appena dèsti
da una notte d'amplessi.
Ed ella andava,
velocemente lontanando in corsa.

Ma nell'ora più calda - a mezzo il giorno
anc&oaute;ra il mare si sconvolse, urlando.
Un delfino gittò; dai flutti stessi,
porpora enorme: esanime, squarciato.

9 aprile 2009


Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Resurrezione di Lazzaro, olio su tela, 1609. Messina, Museo Regionale

RESURREZIONE DI LAZZARO

 Dunque, era necessario per questo e quello,

perché volevan segni che gridassero.

Ma lui sognava che a Marta e Maria bastasse

Capire che poteva. Ma nessuno credeva,

tutti dicevano: Signore, che vieni a fare ormai?

E si avviò, per compiere sulla natura quieta

Ciò che non è consentito.

In collera. Gli occhi quasi chiusi,

chiese del sepolcro. Soffriva.

Parve loro che il pianto gli colasse,

e lo seguirono in folla curiosa.

Gli pareva tremendo, camminando,

una prova dall’azzardo spaventoso,

ma d’un tratto divampò in lui

un alto fuoco: rivolta

contro le loro differenze,

il loro esser morti e esser vivi.

E fu ostilità in tutte le membra

Quando comandò roco: alzate la pietra!

Una voce gridò che il morto era putrido

(il quarto giorno di sepoltura) – ma lui

S’ergeva teso, invaso da quel cenno

Che montava in lui, e pesante,

pesante gli sollevava la mano – (mai

una mano si levò di più e più lenta)

finchè s’arrestò, rilucendo nell’aria;

e lassù si contrasse, divenne artiglio;

chè l’orrore lo assalì che per la cripta,

da cui l’aria era fuggita,

tutti i morti tornassero là

dove qualcosa, con moti di larva,

s’ergeva da quel suo giacere - -

ma poi una cosa sola stette sghemba nel giorno,

e si vide: l’indistinta vaga vita la riprendeva

in sé.


di Rainer Maria Rilke

Si, faceva parte di un altro post. 
Sullo scandalo della Morte violata. 
La doppia violenza subita dal Cristo. 

La costrizione a fare miracoli perchè così gridavano i presenti. Così voleva lo spettacolo della vista. 
Il miracolo come spettacolo. Questa è la violenza. Come il terremoto come spettacolo. La ppolitica come spettacolo. La vita o la morte come spettacolo.
Non è quindi solo la TV che compie questo scempio. Ai tempi di Rlke, agli inizi del secolo, la TV non era stata ancora inventata.

La violenza delle leggi di natura violate. 
Le leggi di natura irrise dal gesto miracoloso.
Il gesto miracoloso di colui stesso che aveva creato inviolabili le leggi della Natura.
Un incesto, una specie di incesto.

Forse anche una terza violenza.
Il fatto stesso di violare la Natura.
Ad opera del suo creatore.
Sono due violenze che deturpano lo stesso corpo.

Ma è troppa la gioia di veder trionfare la Vita sulla Morte.
E' troppo forte il desiderio di sconfiiggere le leggi che ci condannano a consumarci.
Perchè rimane vero, in barba a tutto quel che ho detto ieri, ed oggi, in parte, che la mia coscienza, come la coscienza di ognuno, registra un'aesperienza unica. 
Un'esperienza che si spegne, sapendo di finire, che soffre per questo suo annientamente.

Non ci fosse questa coscienza sarebbe tutto possibile e tutto potrebbe essere accettato. Anche la morte.
Ma è la coscienza di me che muore, quando arriva la morte. 
E quella coscienza di me è consapevole della fine che arriverà, del tragitto che compie la Fine, prima di mietere il suo raccolto.  

E' per questo che abbiamo paura.
E' per questo che resistiamo con ogni mezzo contro la Fine.
E' questa la forza della Vita, che si batte fiera, come un leone, prima di cedere esausta.
Ma Lei, la Vita continua.
La Fine ottiene solo vittorie parziali.

Ma la mia coscienza di me sa che arriverà una Fine, un giorno.
Non potrò mai accettare quella Visita.

8 febbraio 2009

RAINER MARIA RILKE                                           

 Requiem Per un’amica

 Rainer Maria Rilke and Paula Modersohn-Becker















the art of Paula Modersohn-Becker (Paula, center)

In 1900, Rainer Rilke met Paula Becker in the rural artist colony of Worpswede, Germany
and immediately fell in love with her strength of personality and artistic talent. They were both 24 years old. Though Paula was also drawn to Rilke, she was already betrothed to German painter 
Otto Modersohn. They were engaged just weeks after she met Rilke who, upon discovering their relationship, rebounded to Paula's best friend, sculptress Clara Westhoff. The two artist couples -- self-named "The Family" for the strong artistic bonds they formed -- both married in the Spring of 1901.
The following December, the Rilkes gave birth to a daughter, 
Ruth Rilke. The Modersohns, however, remained childless until late 1907. Rainer Maria Rilke found his new life as a father and family man harshly incompatible with his artistic needs. Six months after Ruth was born, he and Clara agreed to live apart. Clara's parents also agreed to take care of Ruth so the two of them could pursue their art. Their little family experienced brief reunions throughout their lives but never remained together. 

http://www.paratheatrical.com/pages/videofilms/gc-rilkepaula.html

 


Rainer Maria Rilke (1875-1926) wrote "Requiem For a Friend" as a tribute to his good friend, the painter Paula Modersohn-Becker (1876-1907), who suddenly died eighteen days after giving birth to her first child. Rilke wrote it over two haunted nights (October 31 and November 1st, 1908) at his room in the Hotel Biron, Paris, almost a full year after hearing the news of Paula's parting. "Requiem For a Friend" was first published in 1909. This page is posted as part of the Vertical Pool production of "The Greater Circulation"a feature film by Antero Alli incorporating Stephen Mitchell's translation of Rilke's "Requiem" in its entirety.

  

Ultima strofa del poema 

da:  http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/08/15/rainer-maria-rilke-requiem-per-unamica/

………………………………

  Ci sei ancora? In che angolo sei?
Hai saputo così tanto di tutto ciò
e così tanto hai potuto, allorché te ne andasti
aperta a tutto come un giorno che spunta.
Le donne soffrono: amare significa esser soli,
e gli artisti intuiscono talvolta nel lavoro
che devono trasformare quando amano.
Cominciasti entrambi; entrambi sono in ciò
che una gloria ora ti toglie sfigurandolo.
Ah, eri lungi da ogni gloria. Eri
inappariscente; avevi sommessamente raccolto in te
la tua bellezza come si tira dentro
una bandiera al grigio mattino di un giorno feriale,
e volevi null’altro che un lungo lavoro -
che non è compiuto, tuttavia non compiuto.
     Se ci sei ancora, se in questo buio
c’è ancora un posto dove il tuo spirito
delicato vibri alle piatte ombre sonore
che una voce, solitaria nella notte,
suscita nella corrente di un’alta stanza -
allora ascoltami: aiutami. Vedi, noi scivoliamo così,
senza sapere quando, dal nostro progresso giù
in qualcosa che non supponiamo; lì dentro
c’impigliamo come in sogno
e lì dentro moriamo senza destarci.
Nessuno è più avanti. A chiunque ha sollevato
il proprio sangue in un’opera che diviene lunga
può capitare di non più tenerlo alto
e ch’esso segua il peso suo, senza valore.
Da qualche parte infatti c’è un’antica ostilità
tra la vita e il gran lavoro.
A che la riconosca e dica: aiutami.
     Non tornare. Se lo sopporti, sii
morta tra i morti. I morti hanno molto da fare.
Ma aiutami lo stesso senza dover distrarti,
come mi aiuta a volte quello ch’è più lontano: in me.

  

Bist du noch da? In welcher Ecke bist du? –
Du hast so viel gewußt von alledem
und hast so viel gekonnt, da du so hingingst
für alles offen, wie ein Tag, der anbricht.
Die Frauen leiden: lieben heißt allein sein,
und Künstler ahnen manchmal in der Arbeit,
daß sie verwandeln müssen, wo sie lieben.
Beides begannst du; beides ist in Dem,
was jetzt ein Ruhm entstellt, der es dir fortnimmt.
Ach du warst weit von jedem Ruhm. Du warst
unscheinbar; hattest leise deine Schönheit
hineingenommen, wie man eine Fahne
einzieht am grauen Morgen eines Werktags,
und wolltest nichts, als eine lange Arbeit, -
die nicht getan ist: dennoch nicht getan.
     Wenn du noch da bist, wenn in diesem Dunkel
noch eine Stelle ist, an der dein Geist
empfindlich mitschwingt auf den flachen Schallwelln,
die eine Stimme, einsam in der Nacht,
aufregt in eines hohen Zimmers Strömung:
So hör mich: Hilf mir. Sieh, wir gleiten so,
nicht wissend wann, zurück aus unserm Fortschritt
in irgendwas, was wir nicht meinen; drin
wir uns verfangen wie in einem Traum
und drin wir sterben, ohne zu erwachen.
Keiner ist weiter. Jedem, der sein Blut
hinaufhob in ein Werk, das lange wird,
kann es geschehen, daß ers nicht mehr hochhält
und daß es geht nach seiner Schwere, wertlos.
Denn irgendwo ist eine alte Feindschaft
zwischen dem Leben und der großen Arbeit.
Daß ich sie einseh und sie sage: hilf mir.
     Komm nicht zurück. Wenn du´s erträgst, so sei
tot bei den Toten. Tote sind beschäftigt.
Doch hilf mir so, daß es dich nicht zerstreut,
wie mir das Fernste manchmal hilft: in mir.

 

da:  http://www.editions-verdier.fr/v3/oeuvre-requiem.html

………………………………


Es-tu encore là ? Dans quel recoin es-tu ? –
De tout cela tu as eu une si ample science,
tu as pu accomplir tant de choses en t’éloignant ainsi,
ouverte à tout, comme un jour qui commence.
Les femmes souffrent : aimer veut dire être seul,
et les artistes parfois dans leur travail pressentent
que leur devoir, quand ils aiment, est la métamorphose.
Amour, métamorphose : tu entrepris l’un et l’autre ; il y a l’un
et l’autre dans Cela qu’à présent falsifie une gloire qui te les dérobe.
Hélas, toi qui fus loin de toute gloire. Toi qui fus
de peu d’apparence ; qui avais sans bruit replié
ta beauté en toi-même, comme on baisse un drapeau
au matin gris d’un jour ouvrable,
et ne voulais rien d’autre qu’un long travail, –
travail qui n’est pas accompli : non, hélas, pas accompli.
Si tu es encore là, s’il reste encore
dans cette obscurité une place à laquelle ton esprit
vibre sensiblement, à l’unisson des ondes planes et sonores
qu’une voix, solitaire dans la nuit,
suscite dans le flux d’une haute chambre :
Alors, écoute-moi : Aide-moi. Vois, nous allons nous aussi
glisser, nous ne savons quand, revenir de notre avancée vers
quelque chose que nous n’imaginons pas, où
nous serons empêtrés comme dans un rêve,
et dans quoi nous mourrons sans nous réveiller.
Nul n’est plus avancé. À tous ceux qui ont soulevé leur sang
pour une œuvre qui s’avère longue,
il peut arriver de ne plus le tenir à bout de bras
et qu’il retombe, privé de valeur et vaincu par son poids.
Car il existe quelque part une antique hostilité
entre la vie et le noble travail.
Afin que je la discerne et la dise : aide-moi.
Ne reviens pas. Et donc – si tu le supportes–
sois morte chez les morts. Les morts ont fort à faire.
Aide-moi pourtant, sans dissiper tes forces,
comme m’aide parfois le plus lointain : en moi.


da:  http://www.paratheatrical.com/requiemtext.html

………………………………
Are you still here ? Are you standing in some corner ? You knew so much of all this, you were able to do so much; you passed through life so open to all things, like an early morning. I know: women suffer; for love means being alone; and artists in their work sometimes intuit that they must keep transforming, where they love. You began both; both exist in that which any fame takes from you and disfigures. Oh you were far beyond all fame; were almost invisible; had withdrawn your beauty, softly, as one would lower a brightly colored flag on the gray morning after a holiday. You had just one desire: a year’s long work -- which was never finished; was somehow never finished. If you are still here with me, if in this darkness there is still some place where your spirit resonates on the shallow sound waves stirred up by my voice: hear me: help me. We can so easily slip back from what we have struggled to attain, abruptly, into a life we never wanted; can find that we are trapped, as in a dream, and die there, without ever waking up. This can occur. Anyone who has lifted his blood into a years-long work may find that he can’t sustain it, the force of gravity is irresistible, and it falls back, worthless. For somewhere there is an ancient enmity between our daily life and the great work. Help me, in saying it, to understand it. 

Do not return. If you can bear to, stay dead with the dead. The dead have their own tasks. But help me, if you can without distraction, as what is farthest sometimes helps: in me.

31 gennaio 2009

SKANDALON - LA SCONFITTA DELLA TENEBROSA

 RESURREZIONE DI LAZZARO

 Dunque, era necessario per questo e quello,

perché volevan segni che gridassero.

Ma lui sognava che a Marta e Maria bastasse

Capire che poteva. Ma nessuno credeva,

tutti dicevano: Signore, che vieni a fare ormai?

E si avviò, per compiere sulla natura quieta

Ciò che non è consentito.

In collera. Gli occhi quasi chiusi,

chiese del sepolcro. Soffriva.

Parve loro che il pianto gli colasse,

e lo seguirono in folla curiosa.

Gli pareva tremendo, camminando,

una prova dall’azzardo spaventoso,

ma d’un tratto divampò in lui

un alto fuoco: rivolta

contro le loro differenze,

il loro esser morti e esser vivi.

E fu ostilità in tutte le membra

Quando comandò roco: alzate la pietra!

Una voce gridò che il morto era putrido

(il quarto giorno di sepoltura) – ma lui

S’ergeva teso, invaso da quel cenno

Che montava in lui, e pesante,

pesante gli sollevava la mano – (mai

una mano si levò di più e più lenta)

finchè s’arrestò, rilucendo nell’aria;

e lassù si contrasse, divenne artiglio;

chè l’orrore lo assalì che per la cripta,

da cui l’aria era figgita,

tutti i morti tornassero là

dove qualcosa, con moti di larva,

s’ergeva da quel suo giacere - -

ma poi una cosa sola stette sghemba nel giorno,

e si vide: l’indistinta vaga vita la riprendeva

in sé.


di Rainer Maria Rilke



Letture: Ezechiele 37, 12-14; Romani 8, 8-11; Giovanni 11, 1-45
Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo amico è malato». All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. Quand'ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. 
Poi, disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce». Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s'è addormentato, guarirà». Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». 
Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo». 
Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama». Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là». Maria, dunque, quando giunse dov'era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: «Dove l'avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. 
Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?». Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. 
Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 
Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». 
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui.

18 gennaio 2009

DEDICA PER LA PACE (post del 4 aprile 2008) - GEMELLAGGIO CON LA PACE


Paul Klee, Angelus Novus , 1910

"C'è un quadro di Klee che s'intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta".
W. Benjamin, Angelus novus, Einaudi, 1962.

RENE' MARIA RILKE

"PENNA E SPADA. UN DIALOGO"

Nell’angolo di una stanza c’era una spada. La chiara superficie d’acciaio della sua lama, toccata dal raggio del sole, brillava in una luce rossastra. La spada so guardava intorno nella stanza, con orgoglio: vide che ogni cosa si compiaceva del suo splendore. Ogni Cosa? Ma no! Là sul tavolo c’era una penna, stava oziosamente appoggiata ad un calamaio e non era minimamente sfiorata dall’idea d’inchinarsi davanti all’imponenza sfavillante di quell’arma. Questo mandò in collera la spada ed essa cominciò quindi a parlare.
“E tu chi sei, cosa indegna, che non ti inchini come gli altri davanti al mio splendore e non lo ammiri? Guardati un po’ attorno! Tutti gli attrezzi si tengono rispettosamente nascosti nel buio profondo. Io, io sola sono stata eletta a favorita dal sole chiaro ed appagante; mi anima con la voluttà del suo bacio ardente ed io la ripago riverberandone la luce mille volte tanto. Solo ai principi potenti si addice incedere in vesti luminose. Il sole conosce la mia potenza, per questo mette sulle mie spalle la porpora regale dei suoi raggi”.
La penna accorta rispose sorridendo:
“Guarda un po’ come sei vanitosa e orgogliosa e come ti pavoneggi di una luminosità presa a prestito! Noi due, ricordatelo, siamo parenti molto strette. Siamo nate entrambe dalla terra previdente e forse, al nostro stato primitivo, ci siamo trovate entrambe l’una accanto all’altra nella stessa montagna, per millenni; finchè l’operosità degli uomini ha scoperto la vena di quel minerale utile di cui noi eravamo componenti. Entrambe siamo state estratte; entrambe eravamo ancora delle figlie informi della natura grezza e dovevamo essere trasformate, sopra il calore di una fucina fumante e sotto i colpi poderosi di un martello, in membri utili del viavai terreno. E così è stato. Tu sei diventata una spada, hai ricevuto una punta grande e solida; io, da penna, ne sono stata provvista di una sottile ed elegante. Per poter effettivamente agire dobbiamo prima intingere la nostra punta lucente. Tu nel sangue, io, semplicemente, nell’inchiostro”.
“Questo discorso, tenuto in modo così dotto, mi fa davvero ridere. – Intervenne la spada a questo punto – E’ proprio come se il topo, questo animaletto piccolo ed insignificante, volesse provare la sua stretta parentela con l’elefante. Parlerebbe proprio come te! Anch’esso infatti, come l’elefante, ha quattro zampe ed ha persino una proboscide di cui vantarsi. Così si potrebbe credere che siamo per lo meno cugini! Tu, cara penna, hai elencato in modo astuto e calcolato solo “ciò” in cui io ti “assomiglio”. Invece io ti voglio dire ciò che ci distingue. Io, una spada lucente e maestosa, cingo i fianchi di un cavaliere nobile e valoroso; un vecchio scribacchino mette invece te dietro la sua lunga orecchia d’asino. Il mio signore mi afferra con mano salda e mi porta tra le fila dei nemici; “io” la guido in mezzo. Il tuo magister invece, penna carissima, ti guida con mano tremante su della pergamena ingiallita. Io imperverso terribile tra i nemici, salto coraggiosa e temeraria ora di qua ora di là; tu raschi la tua pergamena con eterna monotonia e non ti azzardi a deviare minimamente da quella traiettoria che la mano chi ti guida ti mostra attentamente. Ed infine, infine, se la forza mi viene meno, se divento vecchia e debole, allora mi si onora come si addice agli eroi, mi si mette nella sala degli avi e mi si ammira. Cosa ne è invece di te? Se il tuo signore è insoddisfatto di te, se diventi vecchia e cominci a strisciare sul foglio con tratti spessi, egli ti afferra, ti strappa all’asticciola a cui ti appoggiavi e ti getta via, a meno che non sia clemente e ti venda per poche crazie ad un rigattiere assieme ad alcune tue sorelle”.
“Può anche essere che sotto qualche aspetto tu non abbia così torto. – rispose molto seria la penna – E’ vero che spesso vengo scarsamente considerata, così come è vero che vengo trattata molto male una volta che sono diventata inutile. Non per questo però è scarso il potere di cui dispongo finchè posso lavorare. Sta tutto ad una scommessa!”.
Tu vorresti proporre a “me” una scommessa?” rise la spada spavalda.“Ammesso che tu osi accettarla”.“E“se io la accetto - replicò la spada che ancora non riusciva a riaversi dal ridere – cosa vuoi scommettere?
”Ma la penna si drizzò ben bene, assunse un’aria severa ed ufficiale ed iniziò:“Vogliamo scommettere che se voglio sono in grado di impedirti di fare il tuo lavoro, di combattere?”.“Oh ooh, mi sembra davvero audace”.
“Ti va?”.“Accetto”.Bene, - disse la penna – vediamo”.
Erano passati pochi minuti da questa scommessa quando entrò un uomo giovane con indosso una ricca armatura, afferrò la spada e se ne cinse. Quindi contemplò con compiacimento la lama lucida. Da fuori risuonò uno squillo sonoro di tromba, un rullo di tamburi; si andava a combattere. L’uomo giovane stava per lasciare la stanza quando ne entrò un altro che, come si poteva desumere dai suoi ricchi ornamenti, doveva ricoprire un’alta carica. Il giovane si inchinò profondamente davanti a lui. Intanto il dignitario era andato al tavolo, aveva preso la penna e scritto qualcosa in fretta. “Il trattato di pace è già firmato” disse sorridendo. Il giovane posò di nuovo la spada nell’angolo ed entrambi lasciarono la stanza.Ma sul tavolo c’era la penna. Il raggio del sole giocava con lei ed il suo metallo umido brillava chiaro.“Non vai a combattere, mia cara spada?” chiese sorridendo.Ma la spada se ne stava silenziosa nell’angolo buio.
Credo che non si vantasse più.

(1893)

Daniel Barenboim: La mia musica per la pace

Tratto da “la Repubblica”, 10 dicembre 2008

Pace e diritti umani: Daniel Barenboim ci racconta della “West-Eastern Divan” - fondata nel 1999 insieme all’intellettuale palestinese Edward Said - che ogni estate invita giovani musicisti d’Israele e dei Paesi Arabi a lavorare insieme in orchestra: “Non riesco a immaginare un modo migliore per concretizzare il primo e più importante articolo della Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite, quello in virtù del quale tutti gli esseri umani nascono liberi, e hanno pari dignità e diritti, hanno il dono della ragione e della coscienza e dovrebbero agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”La Repubblica sovrana indipendente dell’Orchestra Ovest-Orientale del Divano, come mi piace denominarla, ha iniziato il suo imprevedibile esperimento nel 1999. Nel corso degli anni è cresciuta e si è ampliata. Diventando un esempio concreto di come la società mediorientale potrebbe funzionare in circostanze migliori. I nostri musicisti sono passati attraverso il faticoso e impegnativo processo di imparare a esprimersi e al contempo ascoltare ciò che esprimono i loro interlocutori. Non riesco a immaginare un modo migliore per concretizzare il primo e più importante articolo della Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite, quello in virtù del quale tutti gli esseri umani nascono liberi, e hanno pari dignità e diritti, hanno il dono della ragione e della coscienza e dovrebbero agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.Purtroppo oggi in Medio Oriente non tutti gli esseri umani godono della stessa libertà né di dignità e diritti uguali. L’Orchestra Ovest-Orientale del Divano è un’organizzazione musicale, non politica, ma per le sei settimane circa della sua durata annuale è in grado di soddisfare per i membri che la compongono qualcosa di importante e fondamentale, l’eguaglianza. Si tratta di un’utopia realistica. Gli stessi due giovani che possono incontrarsi a un checkpoint nel ruolo della guardia di frontiera e del cittadino sotto occupazione siedono gli uni accanto agli altri in questa orchestra, suonano una medesima musica, ambiscono entrambi ed egualmente alla perfezione dell’espressione musicale e sono responsabili del risultato in modo eguale...

"Poiché le guerre cominciano nelle menti degli uomini, è nelle menti degli uomini che si devono costruire le difese della Pace".
Costituzione dell'UNESCO, 1947