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27 settembre 2009
















MEDITAZIONE ORALE

- click per l'audio mp3 -


Che Roma fosse città coloniale

dove venire in vacanza

Ne dimorarono molti, poeti non socialmente determinati

liberi dalla burocrazia e con un po’ di paura della polizia;

né mancarono i bei soli, in questo secolo:

ciò che scompariva dava un breve dolore,

l’unico vero dolore era nei sogni; nei sogni in cui pareva

di essere costretti a lasciare questa città per sempre!

Non si piange su una città coloniale, eppure

Molta storia passò sotto questi cornicioni

(col colore del sole calante)

e fu spietata;

fu una scommessa tra i fascisti e i liberali:

inaspettatamente questi ultimi, imbelli e anche un po’ buffi,

(meridionali delicati di fegato)

l’ebbero vinta. I forti furono battuti;

molta storia passò all’ombra dei Ministeri,

ma che lacrime fossero sparse in sogno per questa città

ciò sa di miracoloso, è quasi incomprensibile;

lacrime violente, che parevano sparse sul cosmo;

le lacrime degli addii alle partenze senza ritorno

Poi ricominciava la vacanza

e una sete insaziabile di solitudine

Molta storia passò su questo asfalto

e lungo i muretti di pietra, insensibili al sole d’agosto,

molta storia. I vecchi parlamentari onestamente

con solennità sedentaria

ripresero il loro posto, or ridenti or severi

verso i loro elettori, condividendone la pace col mondo:

a ognuno il suo realismo!

Avevano vinto la scommessa nel Settentrione eroico

nel Meridione segreto

e un sorriso popolare o una serietà piccolo borghese

Insomma la ritrovata dignità

riportò pellegrinaggi di poeti liberi da classe sociale,

senza obblighi né orari

sì che dopo il pianto, la cosa più incredibile

fu quel desiderio di solitudine,

che dava una felicità completa e tenuta tutta per sé.

Gli occhi che avevano pianto in sogno

ora guardavano

senza limiti di tempo o scadenze,

con pomeriggi o notti intere davanti,

in cui non accadeva che ciò che la storia dimenticava.

Oh, certo, non fu serio;

fu una vacanza

Tutto doveva poi essere ragione di rimprovero;

Roma fu sede di nuove battaglie.

Da dove erano discesi questi barbari?

Be’, erano nati qua, a via Merulana, a piazza Euclide,

a Centocelle: e infatti bastava che impallidissero un po’

ed ecco le faccie dei loro padri, o sconfitti o vittoriosi,

ma tutti perduti nel passato in cui le lacrime non contano

e il desiderio di solitudine non è serio;

la storia ricominciò a passare,

ma ai posteggi verso le quattro del pomeriggio c’era calma e sole

dietro al Quadraro i prati erano deserti.


da: http://www.retididedalus.it/Archivi/2009/maggio/audio_poetry/pasolini.htm

15 aprile 2009

La recessione 
di Pier Paolo Pasolini 

I jodarìn borghèssis cui tacòns; 

tramòns ros su borcsvuèis di motòurs 
e plens de zòvinsstrassòns 
tornàas da Turin o li Germàniis.

I vecius a saràn paròns dai so murès 
coma di poltronis di senatòurs; 
i frus a savaràn che la minestra a è pucia, 
e se c'ha val un toc di pan.

La sera a sarà nera coma la fin dal mond, 
di not si sentiràn  doma che i gris 
o i tons; e forsi, forsi, qualchi zòvin 
- un dai pus zòvins bons turnàas al nit - 

a tirarà fours un mandulìn. L'aria 
a savarà di stras bagnàs. Dut 
a sarà lontàn. Trenos e corieris 
a passaràn di tant in tant coma ta un siun.

Li sitàs grandis coma monds 
a saràn plenis  di zent ch'a vas a piè 
cui vistìs gris, e drenti tai vuj 
'na domanda, 'na domanda ch'a è,

magari, di un puc di bès, di un pàssul plasèir, 
ma invessi a è doma di amòur. I antics palàs 
a saràn coma montaglia di piera 
soj e sieràs, coma ch'a erin ièir.

Li pìssulis fabrichis tal pì bièl 
di un prt verd ta la curva 
di un flun, tal còur di un veciu 
bosc di roris, a si sdrumaràn.

un puc par sera, murèt par murèt 
lamiera par lamiera. I bandìs 
(i zòvin tornàs a ciasa dal mond 
cussì divièrs da coma ch'a èrin partìs)

a varàn li musis di 'na volta, 
cui ciaviej curs e i vuj di so mari 
plens dal neri da li nos di luna - 
e a saràn armàs doma che di un curtìa.

Il sòcul dal ciavàl al tociarà 
la ciera, lizèir coma 'na pavèa, 
e al recuardarà se ch'al è stat,  
in silensiu, il mond e chel ch’al sarà.

Ma basta con questo film neorealistico. 
Abbiamo abiurato da ciò che esso rappresenta. 
Rifarne esperienza val la pena solo 
se si lotterà per un mondo davvero comunista. 

 

La recessione (traduzione in italiano di P.P. Pasolini)

Vedremo calzoni coi rattoppi; tramonti rossi su borghi vuoti di motori e pieni di giovani straccioni tornati da Torino o dalla Germania.

I vecchi saranno padroni dei loro muretti come di poltrone di senatori; i bambini sapranno che la minestra è poca, e quanto vale un pezzo di pane.

La sera sarà nera come la fine del mondo, di notte si sentiranno solo i grilli o i tuoni; e forse, forse, qualche giovane (uno dei pochi giovani buoni tornati al nido)

tirerà fuori un mandolino. L’aria saprà di stracci bagnati. Tutto sarà lontano. Treni e corriere passeranno di tanto in tanto come in un sonno.

Le città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi, coi vestiti grigi e dentro gli occhi una domanda, una domanda che è, 

magari, di un po’ di soldi, di un piccolo aiuto, e invece è solo di amore. Gli antichi palazzi saranno come montagne di pietra, soli e chiusi, com’erano una volta.

Le piccole fabbriche sul più bello di un prato verde, nella curva di un fiume, nel cuore di un vecchio bosco di querce, crolleranno

un poco per sera, muretto per muretto, lamiera per lamiera. I banditi (i giovani tornati a casa dal mondo così diversi da come erano partiti)

avranno i visi di una volta, coi capelli corti e gli occhi di loro madre, pieni del nero delle notti di luna - e saranno armati solo di un coltello.

Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra, leggero come una farfalla, e ricorderà ciò che è stato, in silenzio, il mondo e ciò che sarà.

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