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3 maggio 2009

IL SENSO DELLA VITA

Visage of War 
Visage de la guerre
Tvar valky
1940, olej na platne, 64 x 79 cm
Rotterdam, Museum Boymans-van Beuningen




Obiettivo presuntuoso. Tema estremamente impervio.

Ho finito di leggere ieri sera "L'Istruttoria" di Peter Weiss. 

"Dal 20 dicembre 1963 al 20 agosto 1965 si svolse a Francoforte sul Meno un processo contro un gruppo di SS e di funzionari del Lager di Auschwitz. 
In seguito al movimento di opinione pubblica provocato nel mondo dal processo ad Adolf Eichmann tenuto a Gerusalemme nel 1961, per la prima volta la Repubblica Federale Tedesca affrontava in maniera impegnativa la questione delle responsabilità individuali, dirette, imputabili a esecutori di ogni grado, attivi nei recinti di Auschwitz. 
Il processo ebbe dimensioni proporzionate alla sua importanza; nel corso di 183 giornate vennero ascoltati 409 testimoni, 248 dei quali scelti tra i 1500 sopravvissuti del Lager. 
La storia del campo o meglio dei campi di Auschwitz, dalla loro apertura, nel giugno del '40, all'evacuazione per l'avvicinarsi delle truppe russe (gennaio 1945) fu rievocata, a un quarto di secolo di distanza, da chi vi aveva partecipato come vittima, aguzzino o complice, rimasto a piede libero, degli aguzzini stessi. 
I volti, gli atteggiamenti, certe battute degli imputati più conosciuti: il vicecomandante 
Robert Mulka, il Rapportfuhrer Oswald Kaduk, i funzionari della Sezione politica Wilhelm Boger e Hans Stark, divennero noti in tutto il mondo attraverso servizi giornalistici; una sinistra celebrità acquistarono personaggi che, per i singolari dispositivi della macchina della legge, figuravano non tra gli imputati, ma tra i testimoni, a fianco delle loro vittime. 
Tale categoria era rappresentata soprattutto da medici, dal personale impiegato in Auschwitz per la “selezione”, per la scelta, cioè, del materiale umano da eliminare immediatamente o da consegnare all'industria (durata media della vita di un detenuto-operaio: nove mesi). 
Peter Welss assistette a molte sedute del processo di Francoforte. 
Da note prese durante le sedute, soprattutto dai resoconti redatti da 
Bernd Naumann per la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, lo scrittore ricavò materiali per Die ErmittlungL'istruttoria. 
Il giudice, il difensore, il procuratore, diciotto accusati e nove testimoni anonimi, ognuno dei quali impersona più di un testimone reale, sono i personaggi di questo “oratorio in undici canti”; nel quale non è passata una parola che non sia stata pronunciata nell'aula del tribunale. 


Così scrive Giorgio Zampa, traduttore italiano dell'opera teatrale di P.Weiss."

Il senso della vita.

Che senso può avere la vita. 

Nei campi di sterminio, per esempio.

Non è una domanda davvero straordinaria questa? Non è estremamente impervia la strada che conduce ad una risposta, in casi come questi?

La vita in un campo di sterminio: vivi, erano ancora formalmente vivi i prigionieri prima di essere massacrati. Ma la loro esistenza era già finita, consumata, levigata dal male come fa il mare con i sassi. Ridotta ad un esile velo che, alla fine, veniva impietosamente squarciato da un colpo di fucile, da una dose di veleno, dalla semplice mancanza di cibo o di cure sanitarie.

La vita, in un campo, un lager o in un gulag, sotto le bembe a Dresda o schiaffeggiati dal arido vento nucleare ad Hiroshima, non ha più senso, se concepita dal punto di vista ... dello spessore.

Lo suqarcio finale prodotto da un colpo alla nuca o da una vampa disgrgatrice può addirittura essere percepito, in quelle condizioni, come il doce momento in cui il MALE ha termine. 

Per seppellire per sempre il MALE, per spegnere la sofferenza provocata dalla Belva Umana, può anche diventare necessario sotterrare il corpo svuotato di ogni forza vitale e di ogni dignità.

Anche l'Operaio, colpito dal colpo di maglio, le ossa spezzate, il corpo insanguinato, stritolato dentro un infernale ingranaggio, anche l'umile Lavoratore, può desiderare veder finire la sua pena, quando viene cacciato per sempre dalla fabbrica che l'ha torturato.

Senza lavoro, l'Operaio non ha più la propria identità. Non è più nessuno. Non è più niente. Neanche un Uomo. 

Il MALE, anche quello imprevisto e non voluto, annienta la vita, cancella la dignità, disintegra l'Uomo riducendolo in misera polvere.

Tutto questo può essere chiaro. Basta voler guardare in quel fondo buio e fetido. 

Una volta l'urlo mi è scappato, quando ho guardato in quel pozzo in cui neanche il terrificante squittìo dei topi ed il bagliore della lama che vuole strapparti il cuore possono distogliere lo sguardo dal Profondo Abisso. 

Ma c'è un altro punto di vista da cui lanciare domanda sul senso della vita.

L'Istruttoria me lo ha fatto vedere con chiarezza.

Come hanno fatto gli altri, i Vincitori, i Boia, gli Aguzzini, i Torturatori, gli Assassini, le Belve, i Mostri, a continuare a vivere dando un senso alla vita gurdando il vuoto nero delle proprie pupille ?

Forse vivevano in case senza specchi. 

Non si sono dissetati mai neanche ad una fonte, dopo essersi lavati le mani lorde un'ultima volta.

Narciso moriva insieme a loro. Moriva Medusa. 

Ciechi. Ciechi pur potendo ancora sollevare lo sguardo e vedere l'azzurro terso dell'alba del mattino.

Alba di morte, per loro, buia, senza Sole.

Per loro sono crollati i simboli di Luce, si sono cancellati i Geroglifici del Senso.

Che senso hanno potuto dare, possono mai dare alla vita uomini così ?

Destinati, ahimè, a strisciare per sempre nlla Tenebra Oscura. Ad essere morti senza neanche poter sprare che uno squarcio definitivo consumasse l'ultimo spessore che li separa dalla Fine della Sofferenza.

Nessuna pietà per loro.

Nessuna pietà per quelli.

Nessuna pietà potevano provare per sè stessi, condannati a dover sopravvivere alla propria Fine. 

Esseri senz'anima.

Non più Uomini. Non ancora Morti. 

4 marzo 2009

SI SENTE SCORRERE LA VITA

l’Albero della Vita nell’affresco dell’abbazia di Sesto al Reghena.

... Si sente, ascoltando bene, scorrere la vita nelle nostre vene...

Gabriel vedeva con sorpresa che la sua candida pelle si trasformava sotto i suoi stessi occhi, prendeva vita, si copriva di vivaci colori. 

Sentiva che cominciava a pulsare qualcosa nel suo petto di arcangelo del cielo.

Vedeva realizzarsi sulla punta delle sue dita il miracolo che aveva visto una volta su una magica pietra bianca levigata. Era la forma di una donna, rapita da un dio, uno che apparteneva quasi alla sua stessa natura. Uno che, però, usurpava la sua origine divina.
Su quella pietra in forma di donna, pigra, gelida e candida, gelida e candida come la sua pelle di arcangelo del cielo, nascevano verdi foglie di ulivo. Verdi ed argento. O forse solo di argenteo candore, di un riflesso della luce che di traverso pareva colore vero.

Mentre il dio metteva le mani su qualla pietra morbida come carne di donna, quasi per sfuggirgli, il corpo, le dita della bellissima innocente fanciulla si traformavano per magia in virginee, pure foglie d'ulivo.
Gli uomini, ignoranti ed incansapevoli, pensavano ad un rapimento ed alla paura della fanciulla.Pensavano ad una intromissione del mondo divino in quello terreno, ad una fuga disperata dalla natura umana, ad un estremo sacrificio.

Gli uomini sono sempre stati di ignoranza abissale. Per questo Lucifero insidiava da sempre le loro povere anime.
Nessun dio potrebbe desiderare di possedere quella povera carne intrisa della misera natura terrena. Nessun dio potrebbe varcare le porte del proprio regno per scendere nel regno polveroso degli uomini, neanche per esaudire un desiderio capriccioso.
Solo gli esseri umani potevano fantasticare, e raccontare per millenni, intorno ad un'insidia che si sarebbe rivolta contro l'ordine eterno delle nature degli esseri del cielo.
Cosa sarebbe mai rimasto degli Angeli, dei Serafini, degli Arcangeli, e degli dei, poi, e del Dio che governa su tutti, ed anche sui diavoli e sulle schiede di demoni, cosa mai sarebbe rimasto di quelle celesti schiere se anche una sola di quelle creature ultraterrene avesse una volta, anche una volta sola, sovvertito quell'ordine senza tempo!

Aveva suggerito lui, in sogno, una volta, a quel povero sbattipietra, quell'immagine di sogno. E gli aveva infuso la forza nei muscoli e la sensibilità nelle dita per scolpire quell'insulsa massa biancastra e fredda secondo le forme curve e morbide del corpo di una innocente fanciulla della terra.
Era entrato nel regno dei sogni di quel povero spaccapietre. Aveva dettato ai suoi sensi addormentati le istruzioni per dare foma di vita a quel sasso informe.
Non senza qualche esitante pausa dovuta ad un persistente imprevisto brivido di eccitazione angelica, aveva sugerito al desiderio dell'artista la mutante figura di quella fanciulla in fiore, che trasformandosi in virgulto d'ulivo, follia innocente dagli argentei riflessi di cielo, univa nelle stesse tenere membra il calore della carne degli uomini e la clorofilliana energia della luce.
Nessun essere sulla Terra, tantomeno una donna, avrebbe mai potuto trasformarsi in un albero di ulivo, nonostante il pio desiderio di sottrarsi al più impuro atto di un dio.

Gabriel era sconcertato. Sorpreso, come mai aera capitato ad alcuna figura angelica prima, durante l'interminabile eterno dei tempi degli dei.
Vedeva escrescergli, sulla punta delle dita, nell'incavo dell'attaccatura delle ali, foglie verdi, uguali a quelle che l'intaccasassi aveva scolpito sul corpo della vergine di marmo.
Il suo gelido corpo solitamente aveva la fedda consistenza del marmo, l'aveva sempre avuta, l'avrebbe avuta per sempre, senza mai alcuna variazione, da sempre non poteva non avere quella rigida durezza, così era scritto nel libro in cui era tracciato per l'eterno scorrere dei tempi il suo destino di arcangelo. La sua materia angelica aveva la stessa mancanza di calore dell'eterna pietra, anzi, ancor di più dell'eterna pietra, quel gelido rigore era stato assicurato alle creature che dovevano resistere all'usura del tempo, per preservarsi fino alla fine di tutti i cicli dei pianeti.

Cosa succedeva allora al suo corpo? Ora sentiva che diventava caldo, che si impietrava dove scorrevano i desideri più impuri, che si scioglieva dove scorreva il sangue spinto dal dolore, che si addolciva dove la vita sembrava concentrasi più impudente?

Cosa aveva provocato quel misfatto contrario alla volontà del destino?

Gabriel guardava sorpreso la sua candida pelle che si trasformava sotto i suoi occhi. Che prendeva vita, colore. 

Sentiva pulsare qualcosa nel suo petto di arcangelo del cielo.

... Si sente, ascoltando bene, scorrere la vita nelle nostre vene...

8 febbraio 2009

RAINER MARIA RILKE                                           

 Requiem Per un’amica

 Rainer Maria Rilke and Paula Modersohn-Becker















the art of Paula Modersohn-Becker (Paula, center)

In 1900, Rainer Rilke met Paula Becker in the rural artist colony of Worpswede, Germany
and immediately fell in love with her strength of personality and artistic talent. They were both 24 years old. Though Paula was also drawn to Rilke, she was already betrothed to German painter 
Otto Modersohn. They were engaged just weeks after she met Rilke who, upon discovering their relationship, rebounded to Paula's best friend, sculptress Clara Westhoff. The two artist couples -- self-named "The Family" for the strong artistic bonds they formed -- both married in the Spring of 1901.
The following December, the Rilkes gave birth to a daughter, 
Ruth Rilke. The Modersohns, however, remained childless until late 1907. Rainer Maria Rilke found his new life as a father and family man harshly incompatible with his artistic needs. Six months after Ruth was born, he and Clara agreed to live apart. Clara's parents also agreed to take care of Ruth so the two of them could pursue their art. Their little family experienced brief reunions throughout their lives but never remained together. 

http://www.paratheatrical.com/pages/videofilms/gc-rilkepaula.html

 


Rainer Maria Rilke (1875-1926) wrote "Requiem For a Friend" as a tribute to his good friend, the painter Paula Modersohn-Becker (1876-1907), who suddenly died eighteen days after giving birth to her first child. Rilke wrote it over two haunted nights (October 31 and November 1st, 1908) at his room in the Hotel Biron, Paris, almost a full year after hearing the news of Paula's parting. "Requiem For a Friend" was first published in 1909. This page is posted as part of the Vertical Pool production of "The Greater Circulation"a feature film by Antero Alli incorporating Stephen Mitchell's translation of Rilke's "Requiem" in its entirety.

  

Ultima strofa del poema 

da:  http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/08/15/rainer-maria-rilke-requiem-per-unamica/

………………………………

  Ci sei ancora? In che angolo sei?
Hai saputo così tanto di tutto ciò
e così tanto hai potuto, allorché te ne andasti
aperta a tutto come un giorno che spunta.
Le donne soffrono: amare significa esser soli,
e gli artisti intuiscono talvolta nel lavoro
che devono trasformare quando amano.
Cominciasti entrambi; entrambi sono in ciò
che una gloria ora ti toglie sfigurandolo.
Ah, eri lungi da ogni gloria. Eri
inappariscente; avevi sommessamente raccolto in te
la tua bellezza come si tira dentro
una bandiera al grigio mattino di un giorno feriale,
e volevi null’altro che un lungo lavoro -
che non è compiuto, tuttavia non compiuto.
     Se ci sei ancora, se in questo buio
c’è ancora un posto dove il tuo spirito
delicato vibri alle piatte ombre sonore
che una voce, solitaria nella notte,
suscita nella corrente di un’alta stanza -
allora ascoltami: aiutami. Vedi, noi scivoliamo così,
senza sapere quando, dal nostro progresso giù
in qualcosa che non supponiamo; lì dentro
c’impigliamo come in sogno
e lì dentro moriamo senza destarci.
Nessuno è più avanti. A chiunque ha sollevato
il proprio sangue in un’opera che diviene lunga
può capitare di non più tenerlo alto
e ch’esso segua il peso suo, senza valore.
Da qualche parte infatti c’è un’antica ostilità
tra la vita e il gran lavoro.
A che la riconosca e dica: aiutami.
     Non tornare. Se lo sopporti, sii
morta tra i morti. I morti hanno molto da fare.
Ma aiutami lo stesso senza dover distrarti,
come mi aiuta a volte quello ch’è più lontano: in me.

  

Bist du noch da? In welcher Ecke bist du? –
Du hast so viel gewußt von alledem
und hast so viel gekonnt, da du so hingingst
für alles offen, wie ein Tag, der anbricht.
Die Frauen leiden: lieben heißt allein sein,
und Künstler ahnen manchmal in der Arbeit,
daß sie verwandeln müssen, wo sie lieben.
Beides begannst du; beides ist in Dem,
was jetzt ein Ruhm entstellt, der es dir fortnimmt.
Ach du warst weit von jedem Ruhm. Du warst
unscheinbar; hattest leise deine Schönheit
hineingenommen, wie man eine Fahne
einzieht am grauen Morgen eines Werktags,
und wolltest nichts, als eine lange Arbeit, -
die nicht getan ist: dennoch nicht getan.
     Wenn du noch da bist, wenn in diesem Dunkel
noch eine Stelle ist, an der dein Geist
empfindlich mitschwingt auf den flachen Schallwelln,
die eine Stimme, einsam in der Nacht,
aufregt in eines hohen Zimmers Strömung:
So hör mich: Hilf mir. Sieh, wir gleiten so,
nicht wissend wann, zurück aus unserm Fortschritt
in irgendwas, was wir nicht meinen; drin
wir uns verfangen wie in einem Traum
und drin wir sterben, ohne zu erwachen.
Keiner ist weiter. Jedem, der sein Blut
hinaufhob in ein Werk, das lange wird,
kann es geschehen, daß ers nicht mehr hochhält
und daß es geht nach seiner Schwere, wertlos.
Denn irgendwo ist eine alte Feindschaft
zwischen dem Leben und der großen Arbeit.
Daß ich sie einseh und sie sage: hilf mir.
     Komm nicht zurück. Wenn du´s erträgst, so sei
tot bei den Toten. Tote sind beschäftigt.
Doch hilf mir so, daß es dich nicht zerstreut,
wie mir das Fernste manchmal hilft: in mir.

 

da:  http://www.editions-verdier.fr/v3/oeuvre-requiem.html

………………………………


Es-tu encore là ? Dans quel recoin es-tu ? –
De tout cela tu as eu une si ample science,
tu as pu accomplir tant de choses en t’éloignant ainsi,
ouverte à tout, comme un jour qui commence.
Les femmes souffrent : aimer veut dire être seul,
et les artistes parfois dans leur travail pressentent
que leur devoir, quand ils aiment, est la métamorphose.
Amour, métamorphose : tu entrepris l’un et l’autre ; il y a l’un
et l’autre dans Cela qu’à présent falsifie une gloire qui te les dérobe.
Hélas, toi qui fus loin de toute gloire. Toi qui fus
de peu d’apparence ; qui avais sans bruit replié
ta beauté en toi-même, comme on baisse un drapeau
au matin gris d’un jour ouvrable,
et ne voulais rien d’autre qu’un long travail, –
travail qui n’est pas accompli : non, hélas, pas accompli.
Si tu es encore là, s’il reste encore
dans cette obscurité une place à laquelle ton esprit
vibre sensiblement, à l’unisson des ondes planes et sonores
qu’une voix, solitaire dans la nuit,
suscite dans le flux d’une haute chambre :
Alors, écoute-moi : Aide-moi. Vois, nous allons nous aussi
glisser, nous ne savons quand, revenir de notre avancée vers
quelque chose que nous n’imaginons pas, où
nous serons empêtrés comme dans un rêve,
et dans quoi nous mourrons sans nous réveiller.
Nul n’est plus avancé. À tous ceux qui ont soulevé leur sang
pour une œuvre qui s’avère longue,
il peut arriver de ne plus le tenir à bout de bras
et qu’il retombe, privé de valeur et vaincu par son poids.
Car il existe quelque part une antique hostilité
entre la vie et le noble travail.
Afin que je la discerne et la dise : aide-moi.
Ne reviens pas. Et donc – si tu le supportes–
sois morte chez les morts. Les morts ont fort à faire.
Aide-moi pourtant, sans dissiper tes forces,
comme m’aide parfois le plus lointain : en moi.


da:  http://www.paratheatrical.com/requiemtext.html

………………………………
Are you still here ? Are you standing in some corner ? You knew so much of all this, you were able to do so much; you passed through life so open to all things, like an early morning. I know: women suffer; for love means being alone; and artists in their work sometimes intuit that they must keep transforming, where they love. You began both; both exist in that which any fame takes from you and disfigures. Oh you were far beyond all fame; were almost invisible; had withdrawn your beauty, softly, as one would lower a brightly colored flag on the gray morning after a holiday. You had just one desire: a year’s long work -- which was never finished; was somehow never finished. If you are still here with me, if in this darkness there is still some place where your spirit resonates on the shallow sound waves stirred up by my voice: hear me: help me. We can so easily slip back from what we have struggled to attain, abruptly, into a life we never wanted; can find that we are trapped, as in a dream, and die there, without ever waking up. This can occur. Anyone who has lifted his blood into a years-long work may find that he can’t sustain it, the force of gravity is irresistible, and it falls back, worthless. For somewhere there is an ancient enmity between our daily life and the great work. Help me, in saying it, to understand it. 

Do not return. If you can bear to, stay dead with the dead. The dead have their own tasks. But help me, if you can without distraction, as what is farthest sometimes helps: in me.

28 dicembre 2008

BIA

Bia. Bia. Bia.

Bia. Bia, la vita.

La vita, la vita. Corre. Verde. Intensa. Veloce.

E noi, spesso, distratti, non la vediamo nenanche passare.

Bia. Bia.

Viene lei, prima di Mnemosyne. Lei è la linfa. Il sangue. Il colore. Il sapore. Il gusto. Il piacere. La gioia. Il dolore. La sofferenza. La solitudine. L'amore. La compagnia. La solidarietà.

essre molti, pochi, o morire in solitudine. Bia, è lei che ci sorregge.

Quando lei se ne va via non coi rimane più nulla. Solo carne che vuole tornare argilla polverosa. Solo sangue che vuole imputridire ritornando sabbia. Aria che vola via, che si disperde come il vento tempestoso.

Bia.

Qualche volta, in genere quando non si vorrebbe, la si scorge accanto a noi. Dovremmo gioire, in quei momenti. E invece, di solito, in quei momenti abbiamo gli occhi pieni di lacrime ed il cuore oscuro. Lo sguardo vacuo. Il pensiero assente.

Eppure, in quei momemnti, Bia ci viene vicino. Ci stringe la mano.

Chi ha sentito battere l'ala della Morte battere vicino a lui, lo sa cosa voglio dire.

Nel buio della Morte, quando Thanatos domina intorno a noi, all'improvviso, si aprono degli squarci nelle tenebre che ci avvolgono. Anche se ci sembrano solo delle illusioni, delle immagini fatue, quei lampi ci danno calore, ci trasportano in un mondo che sentiamo più naturale.

La morte ci cattura, a volte, conquistando gli spazi intorno a noi. Ci ruba il fiato ed immobilizza il battito dei nopstri cuori.
Bia. Bia. Bia.

Bia, dobbiamo implorare.

Bia ci dà la forza. Bia è la forza. Bia è la vita.

E' senza alcun senso comprensibile il mio inno a BIA.

Inno alla vita.

Inno alla liberazione dalla morte.

Anche se è la morte che avrà l'ultima parola, essa non è che la fine fine delle cose, il ritorno al Nulla eterno.

Le Cose, sono.

Alle cose siamo attaccati.

Di cose siamo fatti.

Le cose, non sono il Nulla senza valore.

Nè il valore venale delle cose misura alcunchè.

Le Cose sono ciò che desideriamo.

Bia, per prima.

Più di ogni amore.

Sentiamo Bia nelle nostre vene, battere forte, come volesse fuggire via. E i nvece no, essa vuole soltanto farsi sentire, ad ogni battito, ogno volta che passa sotto la nostra finestra.

Solo che noi, spesso, sempre, siamo impegnati ad ascoltare quacos'altro. A correre appresso al sesso delle cose inutili. A premere il nostro seme per cose che non hanno valore.

Bia. Bia. Bia.

Bia.

Bia, madre degli dei.

Bia, madre della natura.

Bia, madre di ogni uomo.

Bia. Umore umido del corpo. Calore della vita. Brillante scintilla nel fondo dello sguardo. Soffio che appanna il gelo degli specchi.

Riflesso incontrollabile dello specchio.

Gelida paura.

Bollente ardore dei sentimenti.

Bia.

Mia creatura della mente, mio riflesso, mio desiderio, mia meta, mia madre.

P.S.

Che forma ha la vita?
E la morte?
Quale è il confine, che spessore ha?
Come posso calpestarlo, io, quel confine, io, che non sono nessuno?
Eppure quel confine è ben tangibile.
Immateriale, ma ben robusto
Bia.
Thanatos.
Lotta senza quartiere.

13 novembre 2008

ELUANA

Alle volte non basta uno spazio virtuale libero per tenere lontano il rumore della realtà cattiva.
E' uno sconquasso il destino amaro di Eluna Englaro.
Dev'essere veramente dura per che gli è vicino.
Posso solo immaginare, ma anche solo immaginando non posso non condividere tanto dolore.
Mi si passi il termine condividere, che vuole conservare l'umile distacco con cui si tratta un fatto così...doloroso.
Vorrei commentare solo un aspetto: come possono ergersi a giudici i Preti, gli Onorevoli, di un caso così ?
I Preti che difendono un'idea di vità così assoluta, senza manifestare alcuna pietà, usurpando l'Unico che pur avendo il potere di giudicare si è fatto carne, ha sofferto, ha chiamato Padre per chiedere la fine del patimento. Provino ad essere più umili! Loro, che sono uomini, si ricordino che non possono farsi Dio, neanche se si regalano il dono dell'Infallibilità.
Gli Onorevoli, che sordi e cinici, hanno osato profanare il dolore di una famiglia con il loro raglio stonato. Si prendessero la briga di fare una legge per la vita! Anzi, stiano zitti! E rispettino un silenzioso distacco da cose che non meritano la sfortuna della loro attenzione.
Di fronte alla sofferenza ed alla morte prevalga il silenzio.
E Dio, se c'è, giudicherà.
Se non c'è, si eviti la civetteria inutile.


Rainer Maria RILKE . La discesa di Cristo agli Inferi.

Finito il patimento, la sua essenza si separò dall’orrido
Corpo del suo patire. In alto. Lo lasciò.
E la tenebra, sola, ebbe spavento
E scagliò pipistrelli contro la spoglia livida –
Nel loro sciame svolazzante a sera
Freme ancora l’orrore di cozzare
Contro il tormento raggelato. Cupa aria senza pace
Si avvilì sul cadavere e una torpida inerzia
Colse i forti animali veglianti nella notte.
Libero dalla spoglia pensò forse il suo spirito librarsi
Sul paesaggio, senza agire. Chè ancora gli bastava
L’evento del suo patire. Mite gli appariva
La presenza notturna delle cose e su di esse
Si espandeva come uno spettro triste.
Ma la terra, essiccata e assetata nelle sue piaghe,
ma la terra si fendè e ruppero voci dall’abisso.
Egli, conoscitore dei martìri, udì l’inferno urlare
Verso di lui, bramando prendere coscienza del suo patire
Ormai compiuto, perché dalla fine della sua pena (infinita)
Traesse presagio e terrore la pena perenne degli inferi.
E nell’abisso precipitò lo Spirito con tutto
Il peso del suo sfinimento, procedè in fretta
Seguito dagli sguardi stupefatti di ombre erranti,
levò lo sguardo verso Adamo, un attimo,
rapido si calò, sparve e si perse nel ripido
di più selvagge voragini. D’un tratto (più alto, più alto)
sopra il centro
dei loro urli schiumanti, sulla lunga torre
del suo soffrire si sporse: senza fiato,
in piedi, senza balaustrata, proprietario dei dolori. Tacque.