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9 novembre 2009

GRIDO VERSO ROMA - Garcia Lorca - filmato

Eccolo, alla fine, il grido di Lorca.
Ho provato a dargli una cornice di immagini.
Tempo speso: molto.
Risultato: ?

Con questo chiudo il tema di questi meravigliosi versi del poeta. Mi sono rimasti nell'anima, oltre che nel cuore.
La suggestione delle parole, della voce di Massimo Popolizio è stata grande.
La poesia, si sa, è fatta per essere letta ad alta voce. Per essere ascoltata.
Tutti i grandi poeti hanno voluto dare con la voce la giusta intonazione ai sentimenti colati nei versi che gli uscivano dal cuore.
Oggi, nel mondo reso vero solo dalle immagini delle tivvù, che relegano nell'opinione, nella favola, quello che non è colto dalle immagini elettroniche trasmesse via etere, o cavo, se volete, amici, il suono della voce che alza verso il cielo fa ancora più impressione.
Il suono dei versi di Lorca, così possenti e dolorosi, si alza come un immenso grido verso il cielo.
Si alza come le guglie di una cattedrale.
Si alza e riempie le volte acute col suo eco grave.
Sovrasta le statue, le nuvole, gli angeli e giunge diritto nelle orecchie di ...
Non ho il coraggio di scriverlo.

So che i versi del "Grido" sono duri, cattivi, dolenti, arrabbiati.
So che quei versi cantano la rabbia dei diseredati più che la mansuetudine dei beati.
So che le gerarchie dovrebbero sentirsi rabbrividire sentendo quell'urlo salire al cielo così profondo e commosso.
Ma so che il vero è vero, comunque, sempre, ad ogni costo.
So che quei versi non gridano il falso.
Quei versi non alzano le lodi alle Santità voltate dall'altra parte.
Non cantano la gloria delle volte dei templi chiusi per chi soffre o è dimenticato nel dolore.

So che quel "grido" riempie le cupole, rimbomba sotto gli absidi, si stende lungo le navate, si avvinghia alle colonne... e rabbrividisce quando viene lambito dagli stucchi e dagli ori.
So che quel "grido" si propaga sopra la terra, scavalca ogni frontiera e raduna tutti i deboli, i poveri, gli affamati, gli assetati, i sans papier, i clandestini, i raminghi, gli esuli. Quelli che cercano un lavoro, che rovistano tra le immondizie, che dormono per strada, che vivono di elemosina. E quelli a cui vengono rubate tutte le speranze, che nascono senza un presente, che devono vivere senza un futuro.

Lo so, lo so, tutto questo.
Lo so.
Lo so.
E so che, quando ho sentito quella voce imprecante alzarsi e lanciare alte le più terribili maledizioni, quando sono stato scosso dall'urlo di quella verità, in quel momento ho visto le fondamenta dei templi scosse dal vento della poesia.
Si, senza commettere la colpa della violenza e senza compiere il peccato della prepotenza, l'uragano dei sentimenti del poeta ha alzato, viva, la più alta preghiera al Dio di tutti gli uomini.

15 ottobre 2009

IMPERFEZIONI

Il nome del post è stato profetico.
Si doveva riferire alle imperfezioni che l'occhio del fotografo ha colto girando per la Città Eterna.

Sui monumenti che si ergono a testimonianza della Storia, dell'Arte e della Bellezza, testimonianza della grandezza dell'Uomo restano incrostate le imperfezioni del tempo.
La patina dei secoli, dei millenni dona ai colori quelle sfumature un pò patinate, quello spessore polveroso che lascia sulle dita il segno della materia che si consuma.
Angoli smussati, colonne cadute, volti marmorei sfregiati, figure di quadri ed affreschi sbiadite.
Queste imperfezioni sono come un certificato di garanzia.
Come la firma del regista della storia. Anzi, della Storia.
E l'autografo dei suoi attori e compartecipanti.
Director: God Kronos.
With: Mnemosyne and sons...
Ma sui monumenti della Città Eterna si scorgono anche le imperfezioni provocate dagli uomini, le tracce del tempo presente.
Questi segni sono come le rughe sul volto di una anziana signora.
A volte marcano la sua bellezza, a volte, invece, sono uno sfregio alla sua dignità.

Ma in una passeggiata per le strade di Roma noon si incontrano solo monumenti.
Ci sono cose, case, palazzi, muri, panchine che non appartengono al passato, ma sono la presenza degli uomini di oggi.
E' una presenza inquietante, certe volte. Malinconica, certe altre.
A volte si tratta di una panchina vuota, di una lattina lasciata per strada, di un lampione rotto, di un palo storto.
Sono i segni della vita che scorre.
Male. Verrebbe da dire.
Ma guardando al di sotto di questa corrente che sembra lenta si può sentire pulsare la vita, battere un cuore, inseguire un sogno, intravedere un fantasma.

E poi ci sono gli uomini. Non le folle, le masse, che pure hanno un legame profondo con la città di Roma. E neanche le mandrie di turisti, scaricati da un carro-bestiame in forma di pullman, intruppati in plotoni frettolosi, cotti dal sole rovente o sferzati dalla pioggia battente.
Ci sono fantasmi solitari, ombre che nessuno vede, dei immortali che vengono da mondi lontani e, dato che nessuno più li sa riconoscere, vengono scacciati come intrusi, allontanati come nemici, evitati come appestati.
Qualcuno di questi ectoplasmi ha lasciato il segno delle sue imperfezioni sulla memoria della fotocamera. Sembra di vedere le immagini fotografiche di uno spirito inquieto costretto a vagare sotto il peso di un destino ancora da scrivere, di una fine della storia ancora da decidere.

Le imperfezioni è il titolo di questo gruppo di immagini che il miracolo informatico ha permesso di rubare ad una domenica pomeriggio e di montare in una sequenza che ha del miracoloso.
Tra le imperfezioni cui si riferisce il titolo, titolo profetico, ce n'è una che certo non era prevista. La sequenza di immagini aveva un sottofondo musicale, una vecchia canzone rock molto dura, inglese, dedicata alla storia di un clochard. Aqualung. Jethro Tull. Mi sembrava in tema.
Ma il misterioso mondo dei diritti del copyright lo ha troncato di netto.
Quindi, quelle immagini imperfette, nate imperfette, che hanno per oggetto l'imperfezione delle cose e del tempo, scorrono, imperfettamente, nel silenzio dello schermo liquido sul quale brillano per un attimo per... sparire immediatamente dopo. Imperfetto immateriale, figlio della tecnologia informatica. Imperfetto silenzioso, la cui unica fisicità è data dalle emozioni che si schiudono dentro il cuore di chi guarda. Imperfetta cascata di luce che trabocca attraverso gli occhi e si riversa nell'animo dello spettatore.

27 settembre 2009
















MEDITAZIONE ORALE

- click per l'audio mp3 -


Che Roma fosse città coloniale

dove venire in vacanza

Ne dimorarono molti, poeti non socialmente determinati

liberi dalla burocrazia e con un po’ di paura della polizia;

né mancarono i bei soli, in questo secolo:

ciò che scompariva dava un breve dolore,

l’unico vero dolore era nei sogni; nei sogni in cui pareva

di essere costretti a lasciare questa città per sempre!

Non si piange su una città coloniale, eppure

Molta storia passò sotto questi cornicioni

(col colore del sole calante)

e fu spietata;

fu una scommessa tra i fascisti e i liberali:

inaspettatamente questi ultimi, imbelli e anche un po’ buffi,

(meridionali delicati di fegato)

l’ebbero vinta. I forti furono battuti;

molta storia passò all’ombra dei Ministeri,

ma che lacrime fossero sparse in sogno per questa città

ciò sa di miracoloso, è quasi incomprensibile;

lacrime violente, che parevano sparse sul cosmo;

le lacrime degli addii alle partenze senza ritorno

Poi ricominciava la vacanza

e una sete insaziabile di solitudine

Molta storia passò su questo asfalto

e lungo i muretti di pietra, insensibili al sole d’agosto,

molta storia. I vecchi parlamentari onestamente

con solennità sedentaria

ripresero il loro posto, or ridenti or severi

verso i loro elettori, condividendone la pace col mondo:

a ognuno il suo realismo!

Avevano vinto la scommessa nel Settentrione eroico

nel Meridione segreto

e un sorriso popolare o una serietà piccolo borghese

Insomma la ritrovata dignità

riportò pellegrinaggi di poeti liberi da classe sociale,

senza obblighi né orari

sì che dopo il pianto, la cosa più incredibile

fu quel desiderio di solitudine,

che dava una felicità completa e tenuta tutta per sé.

Gli occhi che avevano pianto in sogno

ora guardavano

senza limiti di tempo o scadenze,

con pomeriggi o notti intere davanti,

in cui non accadeva che ciò che la storia dimenticava.

Oh, certo, non fu serio;

fu una vacanza

Tutto doveva poi essere ragione di rimprovero;

Roma fu sede di nuove battaglie.

Da dove erano discesi questi barbari?

Be’, erano nati qua, a via Merulana, a piazza Euclide,

a Centocelle: e infatti bastava che impallidissero un po’

ed ecco le faccie dei loro padri, o sconfitti o vittoriosi,

ma tutti perduti nel passato in cui le lacrime non contano

e il desiderio di solitudine non è serio;

la storia ricominciò a passare,

ma ai posteggi verso le quattro del pomeriggio c’era calma e sole

dietro al Quadraro i prati erano deserti.


da: http://www.retididedalus.it/Archivi/2009/maggio/audio_poetry/pasolini.htm

1 marzo 2009


di INGEBORG BACHMANN


A Roma ho visto che il Tevere non è bello, ma trascurato nelle banchine, da dove spuntano rive a cui non c'è chi metta mano. Nessuno usa le navi da carico brunite dalla ruggine, nemmeno le barche. Arbusti ed erba alta sono infangati, e sulle balaustre solitarie dormono immobili gli operai nella calura di mezzogiorno. Fino ad ora non si è mai girato nessuno. Nessuno è mai caduto giù. Dormono dove i platani dispiegano loro un'ombra, e si calcano il cielo sulla testa. Bella è però l'acqua del fiume, verde argilla o biondo – a seconda di come la luce lo irradia. Bisogna camminare lungo il Tevere e non guardarlo dai ponti, pensati come strade che portano all'isola. La Tiberina è abitata dai Noantri – noi altri. È da intendere così, che essa, isola dei malati e dei morti fin dall'antichità, vuole essere abitata anche da noi altri, percorsa anche da noi, perché è a sua volta una nave e naviga molto lentamente nell'acqua con tutti i carichi, in un fiume che non la sente un peso.

A Roma ho visto che la basilica di San Pietro sembra più piccola delle sue reali dimesioni e tuttavia è troppo grande. Si dice che Dio abbia voluto che la sua chiesa sorgesse sulla pietra e fosse solida. Ora si leva sopra la tomba del suo santo, che stanno riportando alla luce. Così è il santo stesso a metterla in pericolo e a indebolirla. Ciononostante le grandi solennità si svolgono ancora chiassosamente, con balletti in porpora sotto baldacchini, e nelle nicchie l'oro sostituisce la cera. Chiesa granne divozzione poca. Sono ancora i poveri, nella loro avvedutezza, a preoccuparsi che la chiesa non crolli, e colui che l'ha fondata ormai fa conto sul passo degli angeli.

A Roma ho visto che molte case assomigliano al Palazzo Cenci, dove la sventurata Beatrice visse prima della sua esecuzione. I prezzi sono alti e le tracce della barbarie dovunque. Sulle terrazze i mastelli con gli oleandri marciscono cedendo ai fiori bianchi e rossi; i quali vorrebbero volare via, giacché non riescono a tener testa all'odore di sporcizia e decomposizione che rende il passato più vivo dei monumenti.

A Roma ho visto nel ghetto che non bisogna lodare il giorno prima della sera. Ma nel giorno dell'espiazione a ciascuno sarà perdonato in anticipo per un anno. In una trattoria vicino alla sinagoga la tavola è apparecchiata, e i pesciolini rossastri del Mediterraneo sono serviti con uva passa e pinoli. I vecchi si ricordano degli amici che furono pagati a peso d'oro; quando furono riscattati, i camion partirono lo stesso, e loro non tornarono più. Ma i nipoti, due ragazzine in gonne rosso acceso e un bambino grasso e biondo, ballano in mezzo ai tavoli e non staccano lo sguardo dai suonatori. "Suonate ancora!" grida il bambino grasso e sventola il berretto. Sua nonna accenna un sorriso, e quello che suona il violino diventa molto pallido e salta una battuta.

Ho visto a Campo de' Fiori che Giordano Bruno continua a essere bruciato. Ogni sabato, quando smantellano le bancarelle intorno a lui e restano solo le fioraie, quando la puzza di pesce, cloro e frutta marcita va disperdendosi sulla piazza, gli uomini raccolgono sotto i suoi occhi i rifiuti che sono rimasti dopo che di tutto è stato fatto mercato, e danno fuoco al mucchio. Di nuovo si leva il fumo, e le fiamme mulinano nell'aria. Una donna grida, e gli altri gridano con lei. Dato che nella luce forte le fiamme sono incolori, non si vede dove arrivano e dove cercano di colpire. Ma l'uomo sul basamento lo sa e perciò non ritratta.

[...]

Biografia di Ingeborg Bachmann:

http://www.geocities.com/mellowsoundx/inge-bachmann-bio.htm


20 febbraio 2009

FRANCISCO DE QUEVEDO y VILLEGAS


La filosofia, la storia, la poesia, le lettere.
Permettono a chi le ama, ad ognuno che ne abbia voglia, di sapere le cose, di farsi un'idea della realtà.

La verità non è mai una sola. 
La Verità appartiene a Dio,
o a chi si proclama profeta,
o al dittatore al balcone, 
o a quello in tivvù.
O al filosofo falso e saccente, 
o all'ignoranza proclamanta Santa.

La verità ha mille sfumature,
duemila colori, diecimila nomi.
La verità appartiene agli uomini
che non possono mentire.


A Roma sepultada en sus ruinas / A Roma seppellita in sue rovine 

Buscas en Roma a Roma, ¡oh, peregrino!,
y en Roma misma a Roma no la hallas;
cadáver son las que ostentó murallas,
y tumba de sí proprio el Aventino.

Yace donde reinaba el Palatino;
y limadas del tiempo, las medallas
más se muestran destrozo a las batallas
de las edades que blasón latino.

Sólo el Tibre quedó, cuya corriente,
si ciudad la regó, ya, sepultura,
la llora con funesto son doliente.

¡Oh, Roma!, en tu grandeza, en tu hermosura,
huyó lo que era firme, y solamente
lo fugitivo permanece y dura.

D. Francisco de Quevedo y Villegas
(Madrid, 1580 - Villanueva de los Infantes, 1645)


Tu cerchi Roma a Roma, o pellegrino!
E in Roma stessa Roma più non trovi;
son cadaveri i muri che eran nuovi,
e tomba di se stesso è l’Aventino.

Giace dove regnava il Palatino;
e corrose dal tempo, le medaglie
mostrano più rovine di battaglie
del tempo andato, che blason latino.

Solo il Tevere resta, e la corrente
che la città bagnò, qui, sepoltura,
la piange con funesto suon dolente.

Oh Roma! In tua grandezza bella e pura
fuggì quel che era fermo, e solamente
il fuggevole sta, rimane, e dura.

traduz. dallo spagnolo di Marco Boccaccio


28 novembre 2008

STAGIONE OPERISTICA DELLA REPUBBLICAINDIPENDENTE

Il FLAUTO MAGICO
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Trama - Atto I
L'azione si svolge in una zona che per alcuni aggettivi sembra l'Egitto, trasfigurato in una dimensione fantastica e fiabesca.Il principe Tamino sta fuggendo da un serpente e gli vengono incontro le tre dame della regina della notte per aiutarlo. Le dame lo presentano alla regina della notte, Astrifiammante, che lamenta il dolore per la scomparsa della figlia Pamina, rapita dal malvagio Sarastro. Tamino, affascinato da un ritratto della giovane, decide di andare con l'uccellatore Papageno a salvare la principessa. Le Dame consegnano a Tamino un flauto magico e un glockenspiel (carillon) fatato a Papageno. Tamino e Papageno si incamminano verso il Tempio di Sarastro, sotto la guida di tre ragazzi. Papageno giunge per primo al tempio e penetra persino nella stanza dove il perfido moro Monostatos tiene imprigionata Pamina. Papageno e Pamina, scacciando Monostatos, tentano la fuga. Tamino frattanto giunge di fronte a tre Templi (Natura, Ragione e Saggezza) e si confronta con un sacerdote che, oltre a smontare l'immagine di un Sarastro cattivo, pone domande a Tamino sul suo essere uomo. Tamino, sconcertato e disorientato, suona il flauto magico nella speranza di far comparire Pamina, invano. Trascinato da Monostatos, viene successivamente condotto al cospetto di Sarastro (alla presenza anche di Pamina), che lo libera e gli dice che, se vorrà entrare nel suo regno con Papageno, dovrà purificarsi. Tamino e Pamina si riconoscono e si amano da subito.
Mozart in Italia

« La nostra musica da chiesa è assai differente di quella d'Italia, e sempre più, che una Messa con tutto il Kyrie, Gloria, Credo, la Sonata all'Epistola, l'offertorio ò sia Mottetto, Sanctus ed Agnus Dei ed anche la più Solenne, quando dice la Messa il Principe stesso non ha da durare che al più longo tre quarti d'ora. Ci vuole uno studio particolare per questa sorta di composizione, e che deve però essere una Messa con tutti strumenti - Trombe di guerra, Tympani etc. »
(Wolfgang Amadeus Mozart da una lettera in "italiano" di Amadé al molto Rev.do Pad.e Maestro Giovanni Battista Martini, spedita da Salisburgo a Bologna, il 4 settembre 1776)
Dal 1769 al 1773 Wolfgang viaggiò con il padre per l'Italia, in varie riprese, soggiornando a Torino, Milano, Verona, Venezia, Bologna, Roma e Napoli.
I soggiorni milanesi diventeranno una importante esperienza formativa: Mozart (chiamato "Volgango Amadeo") rimarrà a Milano complessivamente per quasi un anno della sua breve vita. Incontrò musicisti (Johann Adolph Hasse, Niccolò Piccinni, Giovanni Battista Sammartini, Johann Christian Bach e forse anche Giovanni Paisiello), cantanti (Caterina Gabrielli) e scrittori (Giuseppe Parini, che scrisse per lui alcuni libretti).
Hasse rimase molto colpito dalle capacità del ragazzo, tanto che disse:
« Questo ragazzo ci farà dimenticare tutti. »
L'epistolario
L'epistolario di Mozart, noto anche per la giocosità scurrile delle lettere in esso contenute, è stato reso pubblico nella sua interezza solo in tempi recenti. Per curiosità se ne propongono alcuni estratti.
«Vedi, sono capace di scrivere in tutti i modi che voglio, elegante o selvaggio, corretto o contorto. Ieri ero di pessimo umore e il mio linguaggio era corretto e serio; oggi sono allegro e il mio stile è contorto e giocoso». A Bäsle.

«Oui, con quanto sentimento defeco sul tuo naso, così che ti coli sul mento». Alla cugina Maria Anna, chiamata affettuosamente Bäsle.
«Ieri ascoltammo il re scoreggione / Era dolce come torrone / E benché non fosse granché in voce / Rumoreggiava in modo atroce». Alla madre
«Sono dispiaciuto di sentire che Herr Abate Salate ha avuto un colpo apoplettico, ma spero che con l'aiuto del Signore Truffatore le conseguenze non siano un insano pantano» (
1777 - Qui si nota chiaramente la diffidenza che Mozart provasse per la religione, e la comica irriverenza con la quale era solito apostrofarla).
«Ora le comunico una notizia che forse saprà già: quell'ateo e arcibirbone di
Voltaire, è morto come un cane. Che ricompensa!» lettera al padre Leopold (1778).

Lasciò Milano il 15 marzo 1770, per tornarci più volte. Arrivato a Lodi, sulla strada per Parma, scrisse le prime tre parti, Adagio, Allegretto e Minuetto, del quartetto KV80, completato con il Rondò che scriverà più tardi, forse a Vienna (1773) o a Salisburgo (1774). Tornerà a Milano per rappresentare le sue opere liriche. L'ultima a debuttare in un teatro italiano fu il Lucio Silla, nel 1772.
Un altro importante soggiorno fu quello di Bologna (in due riprese, da marzo ad ottobre 1770). Ospite del conte Gian Luca Pallavicini, ebbe l'opportunità di incontrare musicisti e studiosi (dal celebre castrato Farinelli ai compositori Vincenzo Manfredini e Josef Mysliveček, fino allo storico della musica inglese Charles Burney e padre Giovanni Battista Martini). A Parma ebbe l'occasione di assistere ad un concerto privato della celebre soprano Lucrezia Agujari, detta La Bastardella.
Amadeus prese lezioni di contrappunto da padre Martini e sostenne l'esame per l'aggregazione all'Accademia Filarmonica di Bologna (allora titolo ambitissimo dai musicisti europei). Il difficile e rigido esame dell'ancora giovane Mozart non fu particolarmente brillante, ed esistono prove del fatto che lo stesso Martini lo abbia aiutato in sede d'esame per favorirne la promozione. A Roma Mozart dà una straordinaria prova del suo genio: ascolta nella Cappella Sistina il Miserere di Gregorio Allegri e riesce nell'impresa di trascriverlo interamente a memoria dopo solo due ascolti. Si tratta di una composizione a nove voci, apprezzata a tal punto da essere proprietà esclusiva della Cappella pontificia, tanto da essere intimata la scomunica a chi se ne fosse impossessato al di fuori delle mura vaticane. L'impresa ha i caratteri dello sbalorditivo, se si pensa all'età del giovanissimo compositore e alla incredibile capacità mnemonica nel ricordare un brano che riassume nel proprio finale ben nove parti vocali.Dopo tale impresa i salisburghesi si recarono a Napoli, dove soggiornarono per sei settimane e dove la proverbiale scaramanzia partenopea additava all'anello che portava il compositore al dito la genesi delle sue incredibili capacità musicali, tanto da costringerlo a toglierselo.Ma a parte la scaramanzia, Napoli nel 1770 era la Capitale della Musica oltre che quella di un Regno, e i Mozart ebbero modo di sondare il terreno della produzione musicale napoletana. Amadeus era attratto dagli innovatori della musica a Napoli Traetta, Cafaro, Ciccio De Majo e principalmente Paisiello. Come riporta Pasquale Scialò nel suo volumetto Mozart a Napoli - Alfredo Guida Editore ISBN88-7188-092-7 - Da Paisiello secondo Albert, il giovane Mozart doveva apprendere diversi aspetti"[...] sia per i nuovi mezzi espressivi sia per l'uso drammatico-psicologico degli strumenti.( Hermann Abert, Mozart la giovinezza 1756-1782, Milano il Saggiatore, p.187). Mozart a Napoli viene ad imparare, nonostante i positivi riscontri a Bologna e a Roma, la Città lo ignora. Ferdinando IV di Borbone all'epoca diciottenne, non lo riceve a corte se non in una visita di cortesia presso la Reggia di Portici. Nessuna scrittura nei Teatri napoletani nessun concerto alla corte della Capitale della Musica. La qualità e la quantità della musica prodotta a Napoli induce il padre Leopold in una lettera al figlio del 23 febbraio del 1778 ad affermare: Adesso la questione è solo: dove posso avere più speranza di emergere? forse in Italia, dove solo a Napoli ci sono sicuramente 300 Maestri [...] o a Parigi, dove circa due o tre persone scrivono per il teatro e gli altri compositori si possono contare sulle punte delle dita? Il viaggio di ritorno verso la casa natia iniziò con una nuova sosta a Roma, dove Papa Clemente XIV gli conferì lo Speron d'oro. Indi ripartirono passando per Bologna, dove come detto sopra, Mozart sostenne l'esame all'Accademia, e giunsero poi a Milano dove Wolfgang sperò di rimanere come compositore di corte, ma le sue aspettative furono frustrate da Maria Teresa d'Austria . A marzo del 1771 i Mozart tornarono a Salisburgo dove vi rimarranno fino ad agosto, quando ripartiranno per un secondo viaggio in Italia, di quattro mesi.A Milano in ottobre viene rappresentata l'opera Ascanio in Alba su libretto di Giuseppe Parini per celebrare le nozze dell'Arciduca Ferdinando d'Asburgo-Este d'Austria con la Principessa Maria Beatrice Ricciarda d'Este di Modena.Nel dicembre dello stesso anno Wolfgang con suo padre torna nella città natale.Il terzo e ultimo viaggio in Italia durò dall'ottobre del 1772 fino al marzo del 1773, periodo in cui di rilievo è la composizione e la rappresentazione dell'opera Lucio Silla a Milano. Dopo un iniziale insuccesso, questa opera seria divenne ancora piu rappresentata e apprezzata della precedente e applaudita Mitridate, re di Ponto, su libretto di Cigna-Santi basato sull'omonima opera francese di Racine tradotta dal Parini, e diretta dallo stesso Mozart per la stessa città nel 1770.