
Anche questa volta, pure se non ci piace ammetterlo, l'Anno Nuovo inizia al suono di fuochi particolari.
Colpi di cannone. Fucili. Razzi.
Rombi, che nulla hanno di poetico, sprigionano i carri armati sulla sabbia dove tre Religioni si sono contese il primato sul Tempo e sugli uomini.
Tre religioni che inneggiano all'Amore.Tre religioni che hanno lo stesso Dio in comune.
Nei secoli, migliaia e migliaia di morti hanno insozzato di sangue quella Terra Promessa.
Invece dell'Amore, la Morte ha trionfato, macabra padrona, su quella povera polvere.Nemmeno il frutto del Diavolo, il gelido argento, pare aver uguagliato tanta feroce perseveranza.
Anche quest'anno le lacrime irrigano quei campi di guerra. Non campi di grano. Campi di guerra. Gli Uomini non sono tutti uguali. Contro alcuni si sbizzarrisce la sorte più che con altri.
La sentiamo l'ala della morte battere forte, tutt'intorno a noi?Alle volte ci passa vicina vicina e ci atterrisce, noi deboli creature.
Ma loro, loro, ce l'hanno sulla spalla, come angelico custode. Strana protettrice. Quasi che essa, l'innominabile nulla, potesse proteggere dal dolore di una vita predestinata alla sofferenza.
Fuochi particolari rimbombano nei cieli oscuri, laggiù.
Stelle particolari illuminano il cammino.
Strane copagnie si aggirano nella notte.
DANZA MACABRA
(Johann Wolfgang Goethe)
Il campanaro, lui a mezzanotte
sulla fila di tombe china lo sguardo:
la luna ha diffuso dovunque il chiarore,
è come se fosse giorno nel camposanto.
Si muove una tomba, un'altra, e dopo
vengono fuori, una donna, ecco, un uomo,
in candidi sudari con lo strascico.
Si stira i malleoli – vogliono divertirsi
subito – per il girotondo quella brigata
di poveri e di giovani, di vecchi e di ricchi;
ma gli strascichi sono di inciampo alla danza.
E poiché qui il pudore non ha più da dare
ordini, tutti si scuotono: sparse
giacciono sui tumuli le camiciole.
Ora il femore salta, la gamba si scrolla,
si danno contorte movenze, e frammezzo
ogni tanto si scricchia e si crocchia,
come se le bacchette battessero il tempo.
Per il campanaro la scena è così comica!
E il tentatore, il burlone, gli mormora:
"Vai a prenderti uno dei lenzuoli funebri!".
Detto fatto! E lui in fretta si rifugia
dietro porte consacrate. Limpido
è sempre il chiarore della luna
sulla danza che fa raccapriccio.
Ma alfine si dilegua uno dopo l'altro,
se ne va ravvolto nel suo sudario,
ed ecco, è sotto la zolla erbosa.
In coda sgambetta e inciampa uno soltanto
e brancola vicino alle tombe e le aggraffa;
ma la grave offesa non è di un compagno,
lui fiuta il panno per aria.
Lo ricaccia la porta della torre, che scuote,
adorna e benedetta, per la buona sorte
del campanaro: riluce di croci metalliche.
Deve avere la camicia, ma non si ferma,
pensarci a lungo non è necessario;
ora quel coso il fregio gotico afferra
e s'arrampica di pinnacolo in pinnacolo.
Per il poveretto, per il campanaro, è finita!
Lui s'inerpica, di voluta in voluta,
simile a un ragno dalle lunghe zampe.
Il campanaro sbianca, il campanaro trema,
ora vorrebbe rendergli il lenzuolo.
Adesso – per lui è l'ora estrema –
un uncino di ferro aggranfia l'orlo.
Si dilegua la luce, s'intorbida la luna,
la campana tuona un possente tocco dell'una,
e lo scheletro in basso si sfracella.
Deve essere il trionfo della morte, la vita in quelle terre.
Sulle quali voleva trionfare il Dio dell'Amore.
Il suono delle campane voleva far rintoccare ogni ora, quel Dio.
E ora, invece, ... lo scheletro in basso si sfracella.