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17 settembre 2009

ROSSO SANGUE

Bertolt Brecht - LA GUERRA CHE VERRA'

La guerra che verrà
non è la prima.Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell'ultima
c'erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.



E' il senso di morte, di impotenza, di sconfitta che si sente forte, oggi.

Sei poveri cristi sono stati portati via dalla cieca aberrazione della guerra. Guerra giusta. Guerra Santa. Guerra per la libertà. Guerra contro la barbarie. Guerra per la democrazia. Guerra. Guerra. Guerra.

Sono molte le cose che si possono dire. Preferisco far parlare ancora chi ha saputo descriverlo bene il sentimento di sfinimento che la morte provoca a chi resta vivo.

ancora, Bertolt Brecht:

SUL MURO C'ERA SCRITTO/vogliono la guerra./Chi l'ha scritto/è già caduto.

Stasera mi vengono in mente solo parole di desiderio per la vita.

ancora, Bertolt Brecht:

L'IMBIANCHINO PARLA DI GRANDI TEMPI AVVENIRE

Le foreste crescono ancora./I campi sono fertili ancora./Le città ci sono ancora./Gli uomini respirano ancora.

Stasera respirare mi sembra una cosa di grande importanza. L'unica che valga la pena.

Oggi non si può che usare il rosso sangue per dipingere i nostri cuori.


Ci dobbiamo interrogare.
Il dubbio deve squarciare il nostro animo.
Si può morire per gli altri.
Questo può essere un sacrificio estremo.
Un sacrificio da eroi.
Eroi. Eroi. Ma sono tutti morti, gli eroi.
Si può morire per gli altri.
Ma deve esserci un senso. Deve esserci una ragione. Deve esserci una via d'uscita. Deve esserci una strada. Deve esserci un dubbio. Deve esserci. Deve esserci! Deve. Deve!
Non possiamo rinchiudere il nostro Spirito dentro una prigione. Dietro un muro. Sotto un sudario.
Non possiamo.
Banksy ha il potere sovrannaturale dell'arte. Ha il tocco divino che sa dare forma alla Verità. Banksy ha dipinto il Muro di Gerusalemme con un soffio di vita. Ha dipinto sui muri americani e inglesi la voglia allegra di ribellarsi contro la violenza della guerra, contro il non senso di chi pensa che la guerra possa aprire strade e costruire ponti.
Gli uomini hanno bisogno di strade e ponti, per potersi unire.
La guerra ha bisogno dei ponti e delle strade per poterli distruggere.
Oggi non ho parole chiare, ma sentimenti forti.
Parole che sembrano strilli e sentimenti che gridano al cielo.
Ancora uso le parole di chi sa come dire la Verità.
ancora, Bertolt Brecht:
VERRA' IL GIORNO CHE VE NE PENTIRETE
beceri che strillate e muti che state zitti!
E se quel giorno non venisse, piangerei oggi per voi
e lo farei solo pensando ai vostri figli.

24 gennaio 2009

GABRIEL

Gustave Dorè
http://dore.artpassions.net/


... era veramente difficile, per Gabriel, riuscire a trovare la casa di Maria.
Cominciava ad avere paura di non riuscire a compiere la sua missione.
Che guaio!

Che guaio sarebbe successo se non fosse stato in grado di dare il suo annuncio?
Era l'annuncio di una nuova era, per di più!

Non si poteva perdere, nè ritardare.
Doveva riuscire per forza.
Era difficile, sempre più difficile.

In quella Terra, che chiamavano Santa da sempre, non gli sembrava di di trovare niente di Santo.

Da lungo tempo cercava, con gli occhi e con lo Spirito, con tutti i suoi sentimenti di Angelo.
La sua innocenza, il suo candore, il suo amore sconfinato.

Vedeva sangue, dappertutto.

Vedeva donne versare solo lacrime.
Lui cercava una di loro.
Lacrime.
Per i loro uomini caduti sotto i colpi delle armi.
Armi.
Che altri uomini facevano tuonare.
Lacrime.
Per la violenza che macellava il loro corpo d'amore.
Amore.
Fatto per dare la vita e lordato dal sangue.
Lacrime.
Per la carne dei figli consumata dall'odio.

Gabriel sentiva l'odore di Morte che sovrastava la Terra, chiamata, da sempre, Santa. Da tutti.
Vedeva il colore del sangue che assorbiva il verde dei campi, l'oro dell'acqua al tramonto, nei canali.

Gabriel cercava una donna. Doveva porgergli un annuncio. L'annuncio di una nuova Era.
Cercava Maria, cercava Nazareth, cercava la Purezza.
Cercava la Purezza.
La Purezza di una semplice donna. E di un popolo intero.
Vedeva solo idoli di pietra, nei templi.
Forme strane, sugli altari, candelabri a nove braccia, croci, e scimitarre acuminate.

Sentiva le incitazioni all'odio.
Sentiva le urla.
Vedeva le piaghe del dolore.

Cercava Maria.
Si fermava a chiedere.
Si fermava per guardare dagli angoli delle vie.
Poggiava il suo sguardo senza peccato sui volti inquadrati dalle finestre.

Vedeva lacrime.
Volti bagnati dalle lacrime.
Mani in grembo stremate dal pianto.

Non sentiva più il dolce sapore della speranza.
Non vedeva più i colori del sole.
Tutto era diverso da come gli era stato descritto.
Per compiere la sua missione si era preparato a lungo.
Aveva chiesto, aveva discusso, si era fatto dare tutte le istruzioni per non fallire.

E tutto era sembrato facile, quando aveva spiccato il volo.

Adesso sentiva la stanchezza entrargli nelle membra.
Le sue ali candide sembravano assumere il peso della Terra.
Anche la mente angelica gli si offuscava.

Sentì mancarsi.
Scese.
Si sedette.
Per un solo attimo...

18 gennaio 2009

DEDICA PER LA PACE (post del 4 aprile 2008) - GEMELLAGGIO CON LA PACE


Paul Klee, Angelus Novus , 1910

"C'è un quadro di Klee che s'intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta".
W. Benjamin, Angelus novus, Einaudi, 1962.

RENE' MARIA RILKE

"PENNA E SPADA. UN DIALOGO"

Nell’angolo di una stanza c’era una spada. La chiara superficie d’acciaio della sua lama, toccata dal raggio del sole, brillava in una luce rossastra. La spada so guardava intorno nella stanza, con orgoglio: vide che ogni cosa si compiaceva del suo splendore. Ogni Cosa? Ma no! Là sul tavolo c’era una penna, stava oziosamente appoggiata ad un calamaio e non era minimamente sfiorata dall’idea d’inchinarsi davanti all’imponenza sfavillante di quell’arma. Questo mandò in collera la spada ed essa cominciò quindi a parlare.
“E tu chi sei, cosa indegna, che non ti inchini come gli altri davanti al mio splendore e non lo ammiri? Guardati un po’ attorno! Tutti gli attrezzi si tengono rispettosamente nascosti nel buio profondo. Io, io sola sono stata eletta a favorita dal sole chiaro ed appagante; mi anima con la voluttà del suo bacio ardente ed io la ripago riverberandone la luce mille volte tanto. Solo ai principi potenti si addice incedere in vesti luminose. Il sole conosce la mia potenza, per questo mette sulle mie spalle la porpora regale dei suoi raggi”.
La penna accorta rispose sorridendo:
“Guarda un po’ come sei vanitosa e orgogliosa e come ti pavoneggi di una luminosità presa a prestito! Noi due, ricordatelo, siamo parenti molto strette. Siamo nate entrambe dalla terra previdente e forse, al nostro stato primitivo, ci siamo trovate entrambe l’una accanto all’altra nella stessa montagna, per millenni; finchè l’operosità degli uomini ha scoperto la vena di quel minerale utile di cui noi eravamo componenti. Entrambe siamo state estratte; entrambe eravamo ancora delle figlie informi della natura grezza e dovevamo essere trasformate, sopra il calore di una fucina fumante e sotto i colpi poderosi di un martello, in membri utili del viavai terreno. E così è stato. Tu sei diventata una spada, hai ricevuto una punta grande e solida; io, da penna, ne sono stata provvista di una sottile ed elegante. Per poter effettivamente agire dobbiamo prima intingere la nostra punta lucente. Tu nel sangue, io, semplicemente, nell’inchiostro”.
“Questo discorso, tenuto in modo così dotto, mi fa davvero ridere. – Intervenne la spada a questo punto – E’ proprio come se il topo, questo animaletto piccolo ed insignificante, volesse provare la sua stretta parentela con l’elefante. Parlerebbe proprio come te! Anch’esso infatti, come l’elefante, ha quattro zampe ed ha persino una proboscide di cui vantarsi. Così si potrebbe credere che siamo per lo meno cugini! Tu, cara penna, hai elencato in modo astuto e calcolato solo “ciò” in cui io ti “assomiglio”. Invece io ti voglio dire ciò che ci distingue. Io, una spada lucente e maestosa, cingo i fianchi di un cavaliere nobile e valoroso; un vecchio scribacchino mette invece te dietro la sua lunga orecchia d’asino. Il mio signore mi afferra con mano salda e mi porta tra le fila dei nemici; “io” la guido in mezzo. Il tuo magister invece, penna carissima, ti guida con mano tremante su della pergamena ingiallita. Io imperverso terribile tra i nemici, salto coraggiosa e temeraria ora di qua ora di là; tu raschi la tua pergamena con eterna monotonia e non ti azzardi a deviare minimamente da quella traiettoria che la mano chi ti guida ti mostra attentamente. Ed infine, infine, se la forza mi viene meno, se divento vecchia e debole, allora mi si onora come si addice agli eroi, mi si mette nella sala degli avi e mi si ammira. Cosa ne è invece di te? Se il tuo signore è insoddisfatto di te, se diventi vecchia e cominci a strisciare sul foglio con tratti spessi, egli ti afferra, ti strappa all’asticciola a cui ti appoggiavi e ti getta via, a meno che non sia clemente e ti venda per poche crazie ad un rigattiere assieme ad alcune tue sorelle”.
“Può anche essere che sotto qualche aspetto tu non abbia così torto. – rispose molto seria la penna – E’ vero che spesso vengo scarsamente considerata, così come è vero che vengo trattata molto male una volta che sono diventata inutile. Non per questo però è scarso il potere di cui dispongo finchè posso lavorare. Sta tutto ad una scommessa!”.
Tu vorresti proporre a “me” una scommessa?” rise la spada spavalda.“Ammesso che tu osi accettarla”.“E“se io la accetto - replicò la spada che ancora non riusciva a riaversi dal ridere – cosa vuoi scommettere?
”Ma la penna si drizzò ben bene, assunse un’aria severa ed ufficiale ed iniziò:“Vogliamo scommettere che se voglio sono in grado di impedirti di fare il tuo lavoro, di combattere?”.“Oh ooh, mi sembra davvero audace”.
“Ti va?”.“Accetto”.Bene, - disse la penna – vediamo”.
Erano passati pochi minuti da questa scommessa quando entrò un uomo giovane con indosso una ricca armatura, afferrò la spada e se ne cinse. Quindi contemplò con compiacimento la lama lucida. Da fuori risuonò uno squillo sonoro di tromba, un rullo di tamburi; si andava a combattere. L’uomo giovane stava per lasciare la stanza quando ne entrò un altro che, come si poteva desumere dai suoi ricchi ornamenti, doveva ricoprire un’alta carica. Il giovane si inchinò profondamente davanti a lui. Intanto il dignitario era andato al tavolo, aveva preso la penna e scritto qualcosa in fretta. “Il trattato di pace è già firmato” disse sorridendo. Il giovane posò di nuovo la spada nell’angolo ed entrambi lasciarono la stanza.Ma sul tavolo c’era la penna. Il raggio del sole giocava con lei ed il suo metallo umido brillava chiaro.“Non vai a combattere, mia cara spada?” chiese sorridendo.Ma la spada se ne stava silenziosa nell’angolo buio.
Credo che non si vantasse più.

(1893)

Daniel Barenboim: La mia musica per la pace

Tratto da “la Repubblica”, 10 dicembre 2008

Pace e diritti umani: Daniel Barenboim ci racconta della “West-Eastern Divan” - fondata nel 1999 insieme all’intellettuale palestinese Edward Said - che ogni estate invita giovani musicisti d’Israele e dei Paesi Arabi a lavorare insieme in orchestra: “Non riesco a immaginare un modo migliore per concretizzare il primo e più importante articolo della Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite, quello in virtù del quale tutti gli esseri umani nascono liberi, e hanno pari dignità e diritti, hanno il dono della ragione e della coscienza e dovrebbero agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”La Repubblica sovrana indipendente dell’Orchestra Ovest-Orientale del Divano, come mi piace denominarla, ha iniziato il suo imprevedibile esperimento nel 1999. Nel corso degli anni è cresciuta e si è ampliata. Diventando un esempio concreto di come la società mediorientale potrebbe funzionare in circostanze migliori. I nostri musicisti sono passati attraverso il faticoso e impegnativo processo di imparare a esprimersi e al contempo ascoltare ciò che esprimono i loro interlocutori. Non riesco a immaginare un modo migliore per concretizzare il primo e più importante articolo della Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite, quello in virtù del quale tutti gli esseri umani nascono liberi, e hanno pari dignità e diritti, hanno il dono della ragione e della coscienza e dovrebbero agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.Purtroppo oggi in Medio Oriente non tutti gli esseri umani godono della stessa libertà né di dignità e diritti uguali. L’Orchestra Ovest-Orientale del Divano è un’organizzazione musicale, non politica, ma per le sei settimane circa della sua durata annuale è in grado di soddisfare per i membri che la compongono qualcosa di importante e fondamentale, l’eguaglianza. Si tratta di un’utopia realistica. Gli stessi due giovani che possono incontrarsi a un checkpoint nel ruolo della guardia di frontiera e del cittadino sotto occupazione siedono gli uni accanto agli altri in questa orchestra, suonano una medesima musica, ambiscono entrambi ed egualmente alla perfezione dell’espressione musicale e sono responsabili del risultato in modo eguale...

"Poiché le guerre cominciano nelle menti degli uomini, è nelle menti degli uomini che si devono costruire le difese della Pace".
Costituzione dell'UNESCO, 1947

7 gennaio 2009

INNO ALLA DIGNITA' DELL'UOMO


Credo che sia nostro dovere, intendo, dovere di ogni uomo, oltre che dovere di ogni cittadino della repubblicaindipendente, tenere alta la fiaccola della Speranza.

Proprio adesso che il mondo sembra precipitare verso un'epoca di barbarie senza fine.

Proprio adesso che gli uomini sembrano desiderare la compagnia triste della morte e della sopraffazione.

Non solo in Medio Oriente, ma anche in Africa, in Asia e nelle altre parti del mondo, la Retta via del Diritto, del rispetto della Dignità degli Uomini, l'Uguaglianza hanno ceduto al passo alla violenza più efferata, all'egoismo più sfrenato.

La dignità dell'Uomo è stata calpestata. Viene calpestata oggni giorno.


Ma abbiamo il dovere civile di tenere alta la fiaccola della Speranza.

Per questo i versi che seguono vogliono essere un


INNO ALLA DIGNITA' DELL'UOMO.


TESTO DEL QUARTO MOVIMENTO DELLA IX SINFONIA DI BEETHOVEN

(Le parole scritte da Beethoven (non da Schiller) sono mostrate in corsivo.)

Versione originale Tedesca


O Freunde, nicht diese Töne!
Sondern laßt uns angenehmere
anstimmen und freudenvollere.
Freude! Freude!
Freude, schöner Götterfunken
Tochter aus
Elysium,
Wir betreten feuertrunken,
Himmlische, dein Heiligtum!
Deine Zauber binden wieder
Was die Mode streng geteilt;
Alle Menschen werden Brüder,
(Versione Originale di
Schiller:
Was der Mode Schwert geteilt;
Bettler werden Fürstenbrüder,)
Wo dein sanfter Flügel weilt.
Wem der große Wurf gelungen,
Eines Freundes Freund zu sein;
Wer ein holdes Weib errungen,
Mische seinen Jubel ein!
Ja, wer auch nur eine Seele
Sein nennt auf dem Erdenrund!
Und wer's nie gekonnt, der stehle
Weinend sich aus diesem Bund!
Freude trinken alle Wesen
An den Brüsten der Natur;
Alle Guten, alle Bösen
Folgen ihrer Rosenspur.
Küsse gab sie uns und Reben,
Einen Freund, geprüft im Tod;
Wollust ward dem Wurm gegeben,
Und der
Cherub steht vor Gott.
Froh, wie seine Sonnen fliegen
Durch des Himmels prächt'gen Plan,
Laufet, Brüder, eure Bahn,
Freudig, wie ein Held zum Siegen.
Seid umschlungen, Millionen!
Diesen Kuß der ganzen Welt!
Brüder, über'm Sternenzelt
Muß ein lieber Vater wohnen.
Ihr stürzt nieder, Millionen?
Ahnest du den Schöpfer, Welt?
Such' ihn über'm Sternenzelt!
Über Sternen muß er wohnen.
Seid umschlungen, Millionen!
Diesen Kuß der ganzen Welt!
Brüder, über'm Sternenzelt
Muß ein lieber Vater wohnen.
Seid umschlungen,
Diesen Kuß der ganzen Welt!
Freude, schöner Götterfunken
Tochter aus Elysium,
Freude, schöner Götterfunken, Götterfunken.

Testo tradotto in italiano :


O amici, non questi suoni! ma intoniamone altri più piacevoli, e più gioiosi.
Gioia, bella scintilla divina, figlia degli Elisei, noi entriamo ebbri e frementi, celeste, nel tuo tempio. La tua magia ricongiunge ciò che la moda ha rigidamente diviso, tutti gli uomini diventano fratelli, dove la tua ala soave freme.
L'uomo a cui la sorte benevola, concesse di essere amico di un amico, chi ha ottenuto una donna leggiadra, unisca il suo giubilo al nostro! Sì, - chi anche una sola anima possa dir sua nel mondo! Chi invece non c'è riuscito, lasci piangente e furtivo questa compagnia!
Gioia bevono tutti i viventi dai seni della natura; tutti i buoni, tutti i malvagi seguono la sua traccia di rose! Baci ci ha dato e uva, un amico, provato fino alla morte! La voluttà fu concessa al verme, e il cherubino sta davanti a Dio!
Lieti, come i suoi astri volano attraverso la volta splendida del cielo, percorrete, fratelli, la vostra strada, gioiosi, come un eroe verso la vittoria.
Abbracciatevi, moltitudini! Questo bacio vada al mondo intero Fratelli, sopra il cielo stellato deve abitare un padre affettuoso.
Vi inginocchiate, moltitudini? Intuisci il tuo creatore, mondo? Cercalo sopra il cielo stellato! Sopra le stelle deve abitare!

5 gennaio 2009

UNA CONSIDERAZIONE CIVILE


Anche questa volta, pure se non ci piace ammetterlo, l'Anno Nuovo inizia al suono di fuochi particolari.

Colpi di cannone. Fucili. Razzi.
Rombi, che nulla hanno di poetico, sprigionano i carri armati sulla sabbia dove tre Religioni si sono contese il primato sul Tempo e sugli uomini.

Tre religioni che inneggiano all'Amore.Tre religioni che hanno lo stesso Dio in comune.

Nei secoli, migliaia e migliaia di morti hanno insozzato di sangue quella Terra Promessa.

Invece dell'Amore, la Morte ha trionfato, macabra padrona, su quella povera polvere.Nemmeno il frutto del Diavolo, il gelido argento, pare aver uguagliato tanta feroce perseveranza.
Anche quest'anno le lacrime irrigano quei campi di guerra. Non campi di grano. Campi di guerra. Gli Uomini non sono tutti uguali. Contro alcuni si sbizzarrisce la sorte più che con altri.

La sentiamo l'ala della morte battere forte, tutt'intorno a noi?Alle volte ci passa vicina vicina e ci atterrisce, noi deboli creature.

Ma loro, loro, ce l'hanno sulla spalla, come angelico custode. Strana protettrice. Quasi che essa, l'innominabile nulla, potesse proteggere dal dolore di una vita predestinata alla sofferenza.
Fuochi particolari rimbombano nei cieli oscuri, laggiù.
Stelle particolari illuminano il cammino.
Strane copagnie si aggirano nella notte.



DANZA MACABRA
(Johann Wolfgang Goethe)

Il campanaro, lui a mezzanotte
sulla fila di tombe china lo sguardo:
la luna ha diffuso dovunque il chiarore,
è come se fosse giorno nel camposanto.
Si muove una tomba, un'altra, e dopo
vengono fuori, una donna, ecco, un uomo,
in candidi sudari con lo strascico.

Si stira i malleoli – vogliono divertirsi
subito – per il girotondo quella brigata
di poveri e di giovani, di vecchi e di ricchi;
ma gli strascichi sono di inciampo alla danza.
E poiché qui il pudore non ha più da dare
ordini, tutti si scuotono: sparse
giacciono sui tumuli le camiciole.

Ora il femore salta, la gamba si scrolla,
si danno contorte movenze, e frammezzo
ogni tanto si scricchia e si crocchia,
come se le bacchette battessero il tempo.
Per il campanaro la scena è così comica!
E il tentatore, il burlone, gli mormora:
"Vai a prenderti uno dei lenzuoli funebri!".

Detto fatto! E lui in fretta si rifugia
dietro porte consacrate. Limpido
è sempre il chiarore della luna
sulla danza che fa raccapriccio.
Ma alfine si dilegua uno dopo l'altro,
se ne va ravvolto nel suo sudario,
ed ecco, è sotto la zolla erbosa.

In coda sgambetta e inciampa uno soltanto
e brancola vicino alle tombe e le aggraffa;
ma la grave offesa non è di un compagno,
lui fiuta il panno per aria.
Lo ricaccia la porta della torre, che scuote,
adorna e benedetta, per la buona sorte
del campanaro: riluce di croci metalliche.

Deve avere la camicia, ma non si ferma,
pensarci a lungo non è necessario;
ora quel coso il fregio gotico afferra
e s'arrampica di pinnacolo in pinnacolo.
Per il poveretto, per il campanaro, è finita!
Lui s'inerpica, di voluta in voluta,
simile a un ragno dalle lunghe zampe.

Il campanaro sbianca, il campanaro trema,
ora vorrebbe rendergli il lenzuolo.
Adesso – per lui è l'ora estrema –
un uncino di ferro aggranfia l'orlo.
Si dilegua la luce, s'intorbida la luna,
la campana tuona un possente tocco dell'una,
e lo scheletro in basso si sfracella.

Deve essere il trionfo della morte, la vita in quelle terre.
Sulle quali voleva trionfare il Dio dell'Amore.
Il suono delle campane voleva far rintoccare ogni ora, quel Dio.
E ora, invece, ... lo scheletro in basso si sfracella.

24 dicembre 2008

LA REPUBBLICAINDIPENDENTE AI TUTTI I BAMBINI DEL MONDO


I bambini giocano

I bambini giocano alla guerra.
E' raro che giochino alla pace
perché gli adulti
da sempre fanno la guerra,
tu fai "pum" e ridi;
il soldato spara
e un altro uomo
non ride più.
E' la guerra.
C'è un altro gioco
da inventare:
far sorridere il mondo,
non farlo piangere.
Pace vuol dire
che non a tutti piace
lo stesso gioco,
che i tuoi giocattoli
piacciono anche
agli altri bimbi
che spesso non ne hanno,
perché ne hai troppi tu;
che i disegni degli altri bambini
non sono dei pasticci;
che la tua mamma
non è solo tutta tua;
che tutti i bambini
sono tuoi amici.
E pace è ancora
non avere fame
non avere freddo
non avere paura.

Bertold Brecht

 

 Ringrazio :

http://blog.edidablog.it/blogs//index.php?blog=219&cat=588

 

30 aprile 2008

dalla Sala d'Armi del Palazzo della Ragione

RENE' MARIA RILKE

"PENNA E SPADA. UN DIALOGO"

Nell’angolo di una stanza c’era una spada. La chiara superficie d’acciaio della sua lama, toccata dal raggio del sole, brillava in una luce rossastra. La spada so guardava intorno nella stanza, con orgoglio: vide che ogni cosa si compiaceva del suo splendore. Ogni Cosa? Ma no! Là sul tavolo c’era una penna, stava oziosamente appoggiata ad un calamaio e non era minimamente sfiorata dall’idea d’inchinarsi davanti all’imponenza sfavillante di quell’arma. Questo mandò in collera la spada ed essa cominciò quindi a parlare:
“E tu chi sei, cosa indegna, che non ti inchini come gli altri davanti al mio splendore e non lo ammiri? Guardati un po’ attorno! Tutti gli attrezzi si tengono rispettosamente nascosti nel buio profondo. Io, io sola sono stata eletta a favorita dal sole chiaro ed appagante; mi anima con la voluttà del suo bacio ardente ed io la ripago riverberandone la luce mille volte tanto. Solo ai principi potenti si addice incedere in vesti luminose. Il sole conosce la mia potenza, per questo mette sulle mie spalle la porpora regale dei suoi raggi”.
La penna accorta rispose sorridendo:
“Guarda un po’ come sei vanitosa e orgogliosa e come ti pavoneggi di una luminosità presa a prestito! Noi due, ricordatelo, siamo parenti molto strette. Siamo nate entrambe dalla terra previdente e forse, al nostro stato primitivo, ci siamo trovate entrambe l’una accanto all’altra nella stessa montagna, per millenni; finchè l’operosità degli uomini ha scoperto la vena di quel minerale utile di cui noi eravamo componenti. Entrambe siamo state estratte; entrambe eravamo ancora delle figlie informi della natura grezza e dovevamo essere trasformate, sopra il calore di una fucina fumante e sotto i colpi poderosi di un martello, in membri utili del viavai terreno. E così è stato. Tu sei diventata una spada, hai ricevuto una punta grande e solida; io, da penna, ne sono stata provvista di una sottile ed elegante.. Per poter effettivamente agire dobbiamo prima intingere la nostra punta lucente. Tu nel sangue, io, semplicemente, nell’inchiostro”.
“Questo discorso, tenuto in modo così dotto, mi fa davvero ridere. – Intervenne la spada a questo punto – E’ proprio come se il topo, questo animaletto piccolo ed insignificante, volesse provare la sua stretta parentela con l’elefante. Parlerebbe proprio come te! Anch’esso infatti, come l’elefante, ha quattro zampe ed ha persino una proboscide di cui vantarsi. Così sim potrebbe credere che essi siamo per lo meno cugini! Tu, cara penna, hai elencato in modo astuto e calcolato solo “ciò” in cui io ti “assomiglio”. Invece io ti voglio dire ciò che ci distingue. Io, una spada lucente e maestosa, cingo i fianchi di un cavaliere nobile e valoroso; un vecchio scribacchino mette invece te dietro la sua lunga orecchia d’asino. Il mio signore mi afferra con mano salda e mi porta tra le fila dei nemici; “io” la guido in mezzo. Il tuo magister invece, penna carissima, ti guida con mano tremante su della pergamena ingiallita. Io imperverso terribile tra i nemici, salto coraggiosa e temeraria ora di qua ora di là; tu raschi la tua pergamena con eterna monotonia e non ti azzardi a deviare minimamente da quella traiettoria che la mano chi ti guida ti mostra attentamente. Ed infine, infine, se la forza mi viene meno, se divento vecchia e debole, allora mi si onora come si addice agli eroi, mi si mette nella sala degli avi e mi si ammira. Cosa ne è invece di te? Se il tuo signore è insoddisfatto di te, se diventi vecchia e cominci a strisciare sul foglio con tratti spessi, egli ti afferra, ti strappa all’asticciola a cui ti appoggiavi e ti getta via, a meno che non sia clemente e ti venda per poche crazie ad un rigattiere assieme ad alcune tue sorelle”.
“Può anche essere che sotto qualche aspetto tu non abbia così torto. – rispose molto seria la penna – E’ vero che spesso vengo scarsamente considerata, così come è vero che vengo trattata molto male una volta che sono diventata inutile. Non per questo però è scarso il potere di cui dispongo finchè posso lavorare. Sta tutto ad una scommessa!”.
Tu vorresti proporre a “me” una scommessa?” rise la spada spavalda.
“Ammesso che tu osi accettarla”.
“E “se” io la accetto - replicò la spada che ancora non riusciva a riaversi dal ridere – cosa vuoi scommettere?”
Ma la penna si drizzò ben bene, assunse un’aria severa ed ufficiale ed iniziò:
“Vogliamo scommettere che se voglio sono in grado di impedirti di fare il tuo lavoro, di combattere?”.
“Oh ooh, mi sembra davvero audace”.
“Ti va?”.
“Accetto”.
Bene, - disse la penna – vediamo”.
Erano passati pochi minuti da questa scommessa quando entrò un uomo giovane con indosso una ricca armatura, afferrò la spada e se ne cinse. Quindi contemplò con compiacimento la lama lucida. Da fuori risuonò uno squillo sonoro di tromba, un rullo di tamburi; si andava a combattere. L’uomo giovane stava per lasciare la stanza quando ne entrò un altro che, come si poteva desumere dai suoi ricchi ornamenti, doveva ricoprire un’alta carica. Il giovane si inchinò profondamente davanti a lui. Intanto il dignitario era andato al tavolo, aveva preso la penna e scritto qualcosa in fretta. “Il trattato di pace è già firmato” disse sorridendo. Il giovane posò di nuovo la spada nell’angolo ed entrambi lasciarono la stanza.
Ma sul tavolo c’era la penna. Il raggio del sole giocava con lei ed il suo metallo umido brillava chiaro.
“Non vai a combattere, mia cara spada?” chiese sorridendo.
Ma la spada se ne stava silenziosa nell’angolo buio.
Credo che non si vantasse più.
(1893)